di ROSARIO DE LUCA (dal Sole 24 Ore)
La recente pronuncia della Corte costituzionale (sentenza n. 60 del 2026) interviene con chiarezza in un terreno scivoloso, dove il confine tra tutela del lavoro e governo del mercato rischia troppo spesso di essere oltrepassato con leggerezza. La declaratoria di illegittimità della norma approvata dalla Regione Toscana – che introduceva, negli appalti pubblici, un criterio premiale legato all’applicazione di un trattamento economico minimo di nove euro lordi orari – non è una presa di posizione contro il salario dignitoso. Al contrario, è un richiamo forte alla necessità che il “salario giusto” sia costruito dentro un perimetro coerente con l’ordinamento costituzionale e con l’equilibrio tra competenze. Il punto non è il quantum, ma il quomodo.
Non è in discussione l’esigenza, sempre più avvertita, di garantire retribuzioni adeguate e proporzionate, in linea con i principi sanciti dall’articolo 36 della Costituzione. Ciò che la Corte censura è il tentativo di introdurre, per via regionale e indiretta, un meccanismo che incide sulla concorrenza tra operatori economici, alterando il quadro unitario delle regole del mercato.
Negli appalti pubblici, infatti, l’uniformità normativa non è un’opzione, ma una condizione necessaria per evitare frammentazioni che si traducono in barriere territoriali e distorsioni competitive. Il “salario giusto”, dunque, non può essere ridotto a una soglia numerica fissata unilateralmente, tanto meno attraverso strumenti che, pur animati da finalità sociali, finiscono per produrre effetti distorsivi.
La giustizia retributiva, in un ordinamento complesso come quello italiano, si realizza attraverso un sistema articolato, nel quale la contrattazione collettiva svolge un ruolo centrale. È proprio questo il modello che la Corte richiama, individuando nel rinvio ai contratti collettivi qualificati – previsto dal codice dei contratti pubblici – il punto di equilibrio attualmente definito dal legislatore statale. Ma vi è un ulteriore elemento che il dibattito pubblico tende troppo spesso a trascurare: il salario non coincide con la sola paga oraria. Il concetto di “salario giusto” deve essere letto alla luce del Trattamento Economico Complessivo (TEC), che nei sistemi contrattuali italiani include una pluralità di componenti – dalla tredicesima alla quattordicesima, dal trattamento di fine rapporto agli istituti di welfare contrattuale, fino a ferie, permessi e coperture integrative.
Il salario giusto, dunque, tiene conto dell’intero pacchetto retributivo e delle garanzie ad esso connesse. In questa prospettiva, il valore dei contratti collettivi non è meramente tecnico, ma profondamente istituzionale. Essi rappresentano il luogo in cui si compone, in modo dinamico, l’equilibrio tra esigenze produttive e tutela del lavoro, tenendo conto delle specificità dei settori, delle professionalità e dei contesti economici. È qui che il salario trova la sua dimensione di “giustezza”, non come cifra astratta, ma come esito di un processo regolato e partecipato.
La tentazione di scorciatoie normative, soprattutto su temi ad alta sensibilità sociale, è comprensibile ma pericolosa. La decisione della Corte costituzionale ricorda, invece, che il bilanciamento tra concorrenza e diritti sociali non può essere affidato a interventi disorganici, ma richiede una visione sistemica e una responsabilità istituzionale piena. Ciò non significa negare il problema dei bassi salari o ignorare le situazioni di dumping contrattuale. Significa, piuttosto, affrontarli con gli strumenti adeguati: rafforzando la qualità e la rappresentatività della contrattazione collettiva, contrastando i fenomeni di elusione, valorizzando i meccanismi già presenti nell’ordinamento. In definitiva, la sentenza n. 60 del 2026 segna un passaggio netto: la Corte costituzionale ha ricondotto il tema delle politiche salariali entro un perimetro chiaro, indicando nella contrattazione collettiva l’unico strumento in grado di garantire, al tempo stesso, giustizia retributiva e coerenza del sistema. È in essa, e non in interventi frammentati o territorialmente differenziati, che si deve continuare a costruire il “salario giusto”, nel rispetto dell’equilibrio tra diritti dei lavoratori e regole del mercato. Presidente del Consiglio Nazionale dell’ordine dei Consulenti del Lavoro.
*Articolo integrale pubblicato su Il Sole 24 Ore del 5 maggio 2026 (In collaborazione con Mimesi s.r.l.)
Il salario giusto deve rispettare i contratti collettivi
La recente pronuncia della Corte costituzionale, sentenza n. 60 del 2026 dichiara l’illegittimità della l.r. Toscana n.30/2025
Il Sole 24 Ore
Scrivi un commento
Accedi per poter inserire un commento