La Corte conti boccia la riforma della dirigenza pubblica contenuta nel ddl Madia. La delega «accresce i margini di discrezionalità nel conferimento degli incarichi» e rischia di sacrificare l’autonomia dei dirigenti. La creazione del ruolo unico, l’abolizione dell’attuale articolazione in due fasce, la breve durata degli incarichi attribuiti, «il rischio che il mancato conferimento di una funzione possa provocare la decadenza del rapporto» sono tutti elementi che, secondo la magistratura contabile, potrebbero limitare l’indipendenza dei manager. L’abolizione dei segretari comunali, poi, «suscita perplessità» ed è controproducente dal punto di vista fi nanziario perché la previsione di un utilizzo dei segretari comunali di fascia C come dirigenti responsabili anche presso comuni di minori dimensioni, attualmente privi di fi gure dirigenziali, rischia di produrre «esorbitanze di spesa, a fronte del conferimento di funzioni di scarsa utilità per enti di dimensioni particolarmente ridotte». In audizione davanti alla commissione affari costituzionali del senato, il presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri, punta il dito contro uno dei punti più qualifi canti del disegno di legge di riforma della p.a., ossia quel ruolo unico della dirigenza pubblica «già sperimentato nelle amministrazioni statali con esiti non del tutto positivi» tra il 1998 e il 2002. A preoccupare Squitieri è l’assenza nel ddl Madia di un punto di equilibrio tra l’esigenza di assicurare la essibilità dei modelli organizzativi e la salvaguardia di un’effettiva autonomia dei dirigenti nei confronti del potere politico. «La riforma proposta», ha sottolineato, «aumenta i margini di discrezionalità per il conferimento degli incarichi, una discrezionalità solo in parte temperata dalla previsione di requisiti legati alla particolare complessità degli uffi ci e al grado di responsabilità che i dirigenti sono chiamati ad assumere». Ma i timori della Corte conti derivano soprattutto dai costi che il ruolo unico della dirigenza potrebbe far lievitare. L’abolizione dell’attuale articolazione della dirigenza pubblica in due fasce implicherà, si legge nell’audizione, «la necessità di rideterminare in un unico valore l’ammontare dei trattamenti fi ssi spettanti agli interessati che saranno inquadrati nella medesima posizione retributiva». Secondo Squitieri, dall’introduzione di un omogeneo trattamento retributivo per l’unica qualifi ca dirigenziale, «necessariamente più alto di quello attualmente previsto per la seconda fascia, non potranno che derivare maggiori costi a regime con riferimento all’ammontare dei trattamenti da corrispondere ai soggetti assunti con i nuovi concorsi». Oggi infatti la retribuzione d’ingresso è parametrata a quella prevista per la fascia più bassa della dirigenza.
Dirigenti p.a., riforma bocciata
Audizione del presidente Corte conti sul ddl. L’abolizione dei segretari è controproducente
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