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La Pa «aspetta» 250mila uscite

La «staffetta generazionale» avviata con il decreto sulla Pubblica amministrazione è indispensabile per dare fiato agli uffici e ringiovanire gli organici, ma darà un’altra botta ai conti della gestione ex Inpdap che sono già intensamente colorati di rosso. Un effetto inevitabile, che il parziale allentamento dei vincoli al turn over ammorbidirà un poco ma certo non riuscirà a risolvere. Da gestire, infatti, ci sono circa 250mila uscite nei prossimi quattro anni per raggiunti limiti di età o anzianità di servizio, a cui si aggiunge la normale dinamica delle cessazioni per altre cause.
La prospettiva emerge chiara dai numeri di Aran e Ragioneria generale sulla struttura attuale del personale pubblico, e dai bilanci dell’Inps sul gioco fra entrate e uscite nella previdenza destinata a chi esce da un ufficio statale o di un ente locale. I primi parlano dell’invecchiamento progressivo della popolazione delle Pubbliche amministrazioni, che dal 2001 al 2012 ha visto crescere la propria età media di quattro anni e mezzo, con un’accelerazione partita nel 2008 quando la crisi di finanza pubblica ha infittito gli ostacoli all’ingresso di nuovo personale. Il risultato, ovvio, è l’affollarsi delle classi di età e di anzianità di servizio ormai prossime all’uscita.
Da questo punto di vista, il decreto sulla Pubblica amministrazione approvato dal Governo e ora all’esame della Camera cancella la possibilità di chiedere il «trattenimento in servizio», cioè i tempi supplementari che potevano mantenere in ufficio il personale dopo aver raggiunto i requisiti previdenziali. La regola, in realtà, è tutt’altro che rivoluzionaria, perché i limiti progressivi al turn over (un trattenimento in servizio in un ente locale, per esempio, andava conteggiato come nuova assunzione) e le tante incertezze previdenziali hanno ridotto i numeri di chi chiedeva di rimandare la pensione. La stessa relazione tecnica al provvedimento spiega che i trattenimenti nel 2012 erano circa 1.200, la metà dei quali però si concentra nel comparto della magistratura che incontra nello stesso decreto regole un po’ più flessibili. Già questa nuova norma, che impone l’uscita dalla Pubblica amministrazione quando si raggiungono i requisiti per la pensione di vecchiaia (66 anni e tre mesi con i parametri attuali) o di anzianità (42 anni e tre mesi di anzianità per gli uomini, 41 anni e tre mesi per le donne), determina però nuovi costi, dai 110 milioni del 2015 ai 216 stimati nel 2018: a fronte di risparmi modesti nelle uscite per i redditi (10 milioni nel 2015, 44 nel 2018), aumentano le uscite per pensioni e, in modo progressivo per il meccanismo della liquidazione a rate (si veda l’articolo a destra), quelle per i trattamenti di fine servizio, che costeranno 48 milioni nel 2015 e 139 nel 2018.
I grandi numeri, però, arrivano dalle dinamiche ordinarie, e non sono stimati nel decreto perché da questo punto di vista la sua approvazione è del tutto ininfluente. Nelle Pubbliche amministrazioni, esclusa la magistratura e i docenti universitari, 250mila persone avevano già compiuto 60 anni a fine 2012, e quindi sono destinate ad andare in pensione entro il 2018. A queste si potrà aggiungere una quota di dipendenti che, anche se più giovani, hanno debuttato presto nel mondo del lavoro, e quindi raggiungeranno l’anzianità massima nello stesso periodo.
L’ondata di uscite, però, arriva mentre i conti dell’ex Inpdap, confluito a inizio 2012 nell’Inps, già soffrono parecchio. Il preventivo 2014 parla di una «gestione caratteristica», cioè quella che in pratica mette a confronto le entrate contributive e le spese per prestazioni, in disavanzo per 11,6 miliardi di euro. Rispetto a due anni fa, il rosso è quasi raddoppiato, sotto la spinta di spese per prestazioni in costante aumento e soprattutto da entrate contributive in netta flessione: nel 2012 l’Inpdap aveva raccolto 57,7 miliardi di euro, mentre quest’anno la stessa voce si ferma a 53,1 miliardi, cioè il 7,9% in meno.
Sul problema dei conti Inpdap è intervenuta anche l’ultima legge di stabilità, che ha chiuso il vecchio “buco” aperto dalle anticipazioni di liquidità usate dopo il 2007 per pagare le pensioni e iscritte nei bilanci come indebitamento. Sanato il problema contabile, però, rimane quello strutturale, creato dalla forbice che si apre sempre di più fra le uscite che aumentano e le entrate che diminuiscono. Nel gioco dell’oca dei conti pubblici, per chiuderla bisogna aprire le porte alle nuove assunzioni, ma così ovviamente aumenta la spesa di personale della Pubblica amministrazione. Proprio per questo anche il decreto che avvia la “staffetta generazionale” va con i piedi di piombo. Calcolando il rapporto fra cessazioni e nuove entrate solo in base alla spesa, e non più alle «unità di personale», si allargano un po’ gli spazi, ma il turn over al 100% è in calendario solo per il 2018: e tutte le manovre recenti dicono che l’appuntamento è in genere destinato a slittare.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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