Il lavoro in Italia non è (ancora) per donne: i dati ISTAT e il nodo dei congedi paritari

L’ultimo rendiconto dell’ISTAT e la proposta di legge per il congedo paritario fermata dalla Ragioneria dello Stato

26 Febbraio 2026
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Il quadro demografico e occupazionale italiano delineato dal terzo Rendiconto di genere dell’INPS, presentato a Roma il 24 febbraio 2026, conferma una diagnosi severa: l’Italia resta un Paese frenato da profonde asimmetrie di genere che ne limitano il potenziale di crescita. Mentre il saldo naturale della popolazione segna un 272.468 unità nel 2024 e l’età media al primo figlio sale a 34 anni, il dibattito politico si accende sulla proposta di legge (A.C. 2228) per il congedo parentale paritario. Un intervento che mirava a scardinare i presupposti della disparità lavorativa, ma che ha trovato un arresto alla Camera per ragioni di copertura finanziaria.

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Gli ultimi dati ISTAT

I dati presentati dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (CIV) dell’INPS non lasciano spazio a interpretazioni: il divario di genere è strutturale. Il tasso di occupazione femminile si ferma al 53,3%, contro il 71,1% degli uomini, con un differenziale di quasi 18 punti percentuali.

Non è solo una questione di accesso, ma di qualità del lavoro: le donne rappresentano appena il 21,8% della platea dirigenziale e sono sovra-rappresentate nel part-time involontario (13,7% contro il 4,6% maschile). Un’importante specifica: non è tanto la statistica della predominanza femminile nel lavoro part-time a preoccupare (1,4 milioni di lavoratrici in più dei lavoratori), quanto più l’assenza di alternative: ove per part-time involontario si intende la quota di lavoratori (o per meglio dire: lavoratrici) che lavorano part-time perché non sono riusciti a trovare un lavoro a tempo pieno.

Questa asimmetria si riflette direttamente sulla previdenza. Nel settore privato, il divario retributivo giornaliero del 25,7% si traduce in una povertà pensionistica differita: le pensioni di vecchiaia delle lavoratrici sono inferiori del 44,2% rispetto a quelle dei colleghi maschi. Come mai? Carriere discontinue, spesso sacrificate per un lavoro di cura che grava ancora quasi interamente sulle spalle femminili, come dimostra il ricorso ai congedi parentali facoltativi: 289.230 donne contro soli 124.140 uomini nel 2024.

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Un decreto legge che aveva tentato di trovare soluzioni

In questo contesto si inserisce la proposta di legge A.C. 2228, sostenuta in modo compatto dalle opposizioni. Il provvedimento voleva la trasformazione del congedo di paternità: non più 10 giorni, ma 5 mesi obbligatori, non trasferibili e retribuiti al 100%, equiparando di fatto il trattamento tra madri e padri, e uguagliando i diritti e i doveri dei genitori nell’assistenza ai figli.

La misura avrebbe esteso la tutela anche ai lavoratori autonomi e alle libere professioniste, categoria oggi penalizzata da regimi di congedo non obbligatori o limitati.
Il confronto europeo citato nella proposta guarda a modelli come quello spagnolo (dove vigono 4 mesi per entrambi i genitori al 100%) o francese.

Tuttavia, L’Aula della Camera ha bocciato tutti gli articoli della proposta di legge. L’ostacolo principale è stato rilevato nella natura contabile. La Ragioneria Generale dello Stato ha quantificato l’impatto finanziario in 3,7 miliardi di euro per il 2026, destinati a salire fino a 4,5 miliardi annui dal 2035. La mancanza di coperture certe, a fronte di una Legge di Bilancio già fissata e cauta, ha portato la Commissione Bilancio della Camera a richiedere la soppressione della proposta, nonostante l’appello delle opposizioni a individuare risorse alternative.

Per le opposizioni la bocciatura del decreto legge «ha affossato una proposta concreta che potrebbe migliorare la vita di milioni di famiglie italiane, un congedo paritario, 5 mesi pagati al 100% per entrambi i genitori, riguarderebbe anche le lavoratrici e lavoratori autonomi».

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