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Appunto sul nuovo contratto quadro per la definizione dei comparti

Approfondimento di Stefano Simonetti

contrattazione

Per l’apertura della tornata contrattuale 2019/2021 esiste, come è noto, un preciso impegno del Governo sancito nel Patto del 10 marzo scorso. Il primo passo del percorso è la stipula del CCNQ sulla definizione dei comparti, programmato proprio in questi giorni. Tuttavia, per la rapida definizione dell’Accordo è sorta una difficoltà dovuta alla problematica che vede protagonisti i dirigenti professionali, tecnici e amministrativi della Sanità per i quali una norma della Legge di Bilancio 2019 prevedeva il ritorno nell’Area Sanità insieme ai dirigenti sanitari. È in pratica l’unica modifica rispetto al precedente contratto quadro del 2016 il quale, per le restanti parti, dovrebbe essere immutato. La questione è molto complicata ed è stata riportata da vari media, per cui una precisazione. Ora, a prescindere dal merito della questione, va riportato un minimo di ordine e consequenzialità in quello di cui stiamo parlando.

Il contratto quadro che provvede alla mappatura e all’articolazione dei comparti è un atto negoziale propedeutico all’apertura nelle trattative per il rinnovo del triennio contrattuale. Poiché tutti i CCNL del pubblico impiego sono scaduti il 31 dicembre 2018 – cioè ventisette mesi fa – questo accordo-quadro doveva essere già stato fatto da tempo. In un paese normale un atto del genere si fa coincidere, se non precedere, la scadenza naturale dei contratti. Quindi, per prima cosa, c’è da chiedersi chi e perché ha perso tempo in questi due anni. Inoltre, nello specifico della questione, un aspetto da non sottovalutare è quello della assoluta anomalia della disposizione che ha generato la problematica: si tratta del comma 687 della legge di Bilancio per il 2019. Oltre ad una serie di complessi problemi di natura politica e sistematica – che non sono solo numerici -, a mio giudizio il comma 687 contiene anche un profilo di incostituzionalità in relazione all’art. 39 della Costituzione. Nel momento in cui l’art. 40, comma 2 del d.lgs. 165/2001 affida ad “appositi accordi tra l’ARAN e le Confederazioni rappresentative” la competenza a definire i comparti di contrattazione, il contratto quadro viene elevato a rango di fonte primaria per l’articolazione dei comparti con la conseguenza che ARAN e Confederazioni sindacali sono libere di adottare le determinazioni che scaturiscono dalla trattativa e solo da quella, con l’unico vincolo della individuazione di quattro comparti al massimo; il dettato della legge riguarda, dunque, il vincolo quantitativo (appunto massimo quattro comparti e aree dirigenziali) ma nulla dice rispetto ai criteri qualitativi dell’accordo, lasciando pertanto totalmente libere le controparti di aggregare o disaggregare gli ex comparti nel modo ritenuto di reciproca convenienza. La contrattazione è stata invece completamente blindata ed eterodiretta con una evidente violazione della libertà sindacale. Tra l’altro le parti si erano già espresse “liberamente” il 13 luglio 2016 e sempre “liberamente” avrebbero potuto modificare il CCNQ in qualsiasi momento di questi quasi cinque anni. Qualsiasi intromissione – compresa una norma legislativa come il comma 687 – che forzasse tale libertà negoziale violerebbe il principio della libera organizzazione sindacale sancito nell’art. 39. E se le dodici Confederazioni interessate non intendessero sottoscrivere l’Accordo, cosa succederebbe?

Quindi, la faccenda è maledettamente complicata e non può essere risolta soltanto colpevolizzando i legittimi interessi di un soggetto sindacale che agisce nel pieno rispetto delle regole generali.
La soluzione più logica e di buon senso sarebbe quella di scindere il testo del CCNQ in due parti pervenendo ad una rapida chiusura per i Comparti e prendendo una pausa di riflessione per le Aree dirigenziali; in tal modo il percorso per i quattro comparti dei livelli potrebbe iniziare subito, tenuto anche conto che il Ministro Brunetta sembra che sia in procinto di diramare l’Atto di indirizzo generale per tutti i Comitati di Settore – la cosiddetta “direttiva-madre”.

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