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Jobs Act e licenziamenti collettivi: solo la collaborazione tra giurisdizioni garantisce il funzionamento del sistema

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Con la sentenza n. 254, la Corte Costituzionale ha colto l’occasione per delineare la natura del rapporto che intercorre tra la Corte di giustizia dell’Unione Europea e le corti nazionali. Richiamando infatti il dettato dell’articolo 19 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), i giudici di Palazzo della Consulta hanno ribadito il legame inscindibile tra “il ruolo della Corte di giustizia, chiamata a salvaguardare «il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati» (comma 1), e il ruolo di tutte le giurisdizioni nazionali, depositarie del compito di garantire «una tutela giurisdizionale effettiva nei settori disciplinati dal diritto dell’Unione» (comma 2)”.

Il rispetto della normativa europea

La Corte d’appello di Napoli, autorità rimettente, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale sulle disposizioni della legge n. 183/2014 (c.d. Jobs act) e del decreto legislativo n. 23/2015 riguardanti i licenziamenti collettivi intimati in violazione dei criteri di scelta. Secondo quanto prospettato dal giudice a quo, il legislatore avrebbe violato non solo le previsioni costituzionali, ma sarebbe anche in contrasto con “gli obblighi derivanti dall’adesione ai Trattati dell’Unione Europea” e con la Carta di Nizza. Infatti “la Corte d’appello di Napoli muove dal presupposto che, per effetto della direttiva 98/59/CE del Consiglio del 20 luglio 1998, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi, tale disciplina sia «ormai attratta nelle competenze concretamente attuate dall’Unione Europea» e che tanto basti per ricondurla nell’àmbito di applicazione della CDFUE.”

Proprio in relazione alla violazione delle norme della Carta di Nizza, la Corte rimettente ha ritenuto opportuno promuovere il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia; quest’ultima ha però ritenuto irricevibili le questioni proposte, sulla base dell’assenza “di un collegamento tra un atto di diritto dell’Unione e la misura nazionale in questione, collegamento richiesto dall’art. 51, paragrafo 1, della Carta di Nizza. Esso non si identifica nella mera affinità tra le materie prese in esame e nell’indiretta influenza che una materia esercita sull’altra.” Partendo da quanto stabilito dalla Corte di Lussemburgo, il Giudice delle leggi ha articolato i tratti della cooperazione tra giurisdizione europea e interna.

L’inammissibilità delle questioni

Riguardo il merito delle questioni, la decisione di inammissibilità ha precluso un esame più approfondito: infatti, “a fronte di un’impugnazione che investe l’inosservanza dei criteri di scelta e, in via subordinata, il mancato rispetto delle procedure, la Corte d’appello di Napoli non illustra in alcun modo le ragioni che inducono a privilegiare l’inquadramento della vicenda controversa nella prima delle fattispecie dedotte nel ricorso e, pertanto, a censurare la relativa disciplina sanzionatoria, comparandola, quanto a efficacia dissuasiva, a quella antecedente.” Inoltre, “la Corte rimettente non offre alcun ragguaglio sulle ragioni che fondano l’illegittimità del licenziamento collettivo per violazione dei criteri di scelta” e “trascura di descrivere la fattispecie concreta e di allegare elementi idonei a corroborare l’accoglimento dell’impugnazione in virtù di una violazione dei criteri di scelta, già esclusa dal giudice di prime cure”.

Soprattutto, è stata penalizzata “l’incertezza in ordine all’intervento richiesto a questa Corte” da parte del rimettente, che non ha rappresentato con chiarezza la sua volontà di cagionare la caducazione integrale della disciplina censurata, o la domanda di una pronuncia sostitutiva. “Egualmente irrisolta – conclude la Corte – permane l’alternativa, che comunque investe le scelte eminentemente discrezionali del legislatore, tra il ripristino puro e semplice della tutela reintegratoria o la rimodulazione della tutela indennitaria, in una più accentuata chiave deterrente.”

>> IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA.

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