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Prioritario il salvataggio dei posti di lavoro

Sono due le chiavi di lettura per esaminare i contenuti della legge di stabilità in materia di lavoro.
Esse sono, da un lato, il tentativo di attenuare gli effetti della crisi sul mercato del lavoro e di rilanciare occupazione e produttività; dall’altro lato il tentativo di riannodare i fili dei rapporti con le parti sociali, rapporti che si sono svolti a corrente alternata (a essere ottimisti) in questo anno di riforme delle pensioni, prima, e del mercato del lavoro, dopo.
In questa ottica vanno letti i provvedimenti in tema di “esodati”, ammortizzatori sociali, precari della pubblica amministrazione e accordi di produttività.
I primi tre provvedimenti, in particolare, continuano la linea seguita dai precedenti governi di evitare esuberi e conseguenti licenziamenti.
Senza i provvedimenti adottati in questi anni, diretti a contenere gli effetti della forte caduta della domanda di lavoro, oggi il nostro tasso di disoccupazione, che ha già superato la soglia delle due cifre, sarebbe probabilmente più elevato di almeno tre o quattro punti percentuali.
E potrebbe tranquillamente viaggiare verso il 15 per cento.
Il rifinanziamento della Cassa integrazione in deroga va esattamente in questa direzione.
Anche le risorse messe a disposizione degli “esodati”, per quanto destinate a porre rimedio ai difetti della riforma delle pensioni, che non ha saputo prevedere e gestire in modo adeguato i problemi della fase transitoria, alla fine altro non sono che risorse destinate a evitare l’aumento della disoccupazione (cioè lavoratori anziani senza lavoro e senza pensione).
Anche l’intervento diretto a prolungare i contratti a termine in scadenza nelle pubbliche amministrazioni portano, di fatto, allo stesso risultato.
Certamente sono un rinvio della soluzione di un problema, quello del precariato nel pubblico impiego, il quale rappresenta una piaga che viene da lontano e che anche questo Governo non ha saputo (forse non poteva) affrontare alla radice.
Ma è altrettanto certo che non si poteva immaginare che decine di migliaia di giovani con contratti a termine perdessero il posto di lavoro.
Proprio nelle circostanze attuali, con le imprese che si stanno lamentando della riforma del lavoro che ha reso i contratti a termine più costosi, e con il rischio reale che questi non vengano più rinnovati alle loro naturali scadenze.
E pare che questo sia effettivamente il rischio che molti giovani devono affrontare.
Poteva il Governo assecondare una deriva di questo tipo? Certamente no.
E infine vanno apprezzati gli incentivi fiscali agli accordi di produttività.
La nostra economia ha bisogno certamente di più posti di lavoro, ma anche di posti di lavoro di buona qualità.
Per ottenere questo occorre aumentare la produttività.
E occorre che le relazioni industriali e la contrattazione collettiva siano orientate a creare condizioni favorevoli a investimenti che introducano innovazioni, di processo e di prodotto.
Un maggior coinvolgimento dei lavoratori e dei loro rappresentanti nei luoghi di lavoro non può che favorire questa tendenza.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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