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Per i revisori 96 controlli all’anno

Ci sono i grandi classici, a partire dagli otto pareri che devono essere resi sui bilanci di previsione, i loro allegati e le variazioni; ci sono le novità strategiche, come la verifica che andrà effettuata sulla delibera che definisce il riaccertamento straordinario dei residui, tappa d’avvio effettivo della nuova contabilità.

Ma nell’agenda dei revisori ci sono anche tanti controlli su tutti i più minuti dettagli della vita dell’ente; le regole delle tante manovre che si sono succedute dal 2010 a oggi chiedono infatti ai professionisti di verificare, tra le altre cose, l’invio all’Economia delle delibere sui tributi, il rispetto dei tetti di spesa per le consulenze o la formazione; il revisore non può poi dimenticarsi dei vincoli sull’acquisto di immobili, ma nemmeno può trascurare le regole sugli arredi o sulle auto. Risultato: essere estratti per il posto da revisore in un Comune determina l’obbligo di 96 verifiche annuali, alcune sistematiche e altre a campione, che possono riguardare aspetti di dettaglio oppure temi quasi sconfinati come le «fattispecie elusive del Patto di stabilità», gli «adempimenti anticorruzione» oppure i «piani triennali di razionalizzazione della spesa».

Un esercizio defatigante, soprattutto se si pensa che nel 95% dei Comuni, cioè in quelli che non raggiungono i 15mila abitanti, non c’è il collegio, e il singolo revisore deve affrontare da solo la montagna di carte che l’infinita produzione legislativa italiana gli mette sulla scrivania. Ma oltre che sfiancante, questo esercizio è anche utile?

Basta uno sguardo all’elenco degli obblighi imposti al revisore per capire la sproporzione fra le responsabilità connesse al ruolo e le possibilità concrete di esercitarle. Tra tante regole, ne manca una strategica, che assegni una gerarchia fra gli aspetti da controllare: i pareri sui bilanci o sul riaccertamento dei residui sono ovviamente più importanti rispetto alle verifiche di routine. Il rischio concreto, altrimenti, è che l’obbligo di controllare tutto, con le responsabilità che ne derivano, finisca per produrre molte verifiche formali e poche analisi in profondità sui temi davvero delicati per gli equilibri finanziari del Comune, e quindi per la finanza pubblica.

A questo guardano anche alcuni dei correttivi che i commercialisti hanno proposto alla riforma del Testo unico degli enti locali preparata dal ministero dell’Interno. Ma oltre a questo primo passo, per rimediare servirebbe un cambio di rotta più profondo da parte del legislatore. Negli ultimi anni, Governi e Parlamenti hanno avuto nei confronti dei professionisti impegnati nella Pa un atteggiamento schizofrenico: da un lato li hanno confusi con i «costi della politica», eliminando i collegi in migliaia di enti e riducendo compensi e rimborsi, ma dall’altro li hanno usati come “vigili” dei tagli più o meno mirati chiesti ai Comuni. Nel cantiere della legge di stabilità si era affacciata l’ipotesi di eliminare una serie di vincoli di dettaglio dalle norme sui bilanci locali, per aumentare l’autonomia ma anche la responsabilità degli amministratori locali. È urgente riprendere in mano quel dossier, perché dalla semplificazione delle regole possono venire ottime notizie anche per l’efficacia dell’azione dei revisori.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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