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Riforma p.a., un buco nell’acqua

Il segretario generale della Federazione Confsal-Unsa, Massimo Battaglia, nei giorni scorsi ha più volte commentato il decreto legge discusso venerdì 13 giugno in consiglio dei ministri, col quale il governo intende procedere a una rivoluzione nell’ambito della Pubblica Amministrazione. Domanda. Segretario, questo decreto produce gli effetti annunciati? È una vera rivoluzione o un fuoco di paglia? Risposta. Di rivoluzionario nel decreto non c’è niente. Non si può parlare neanche di riforma della p.a., figuriamoci poi usare il termine rivoluzione. La politica vive di annunci, ma alla gente serve concretezza. Ciò che troviamo nel decreto sono cose che non cambiano il volto alla p.a., eccezion fatta per l’attacco al sindacato con il dimezzamento dei permessi e dei distacchi sindacali, che è cosa invece di sostanza. Ma, ripeto, per la p.a. non c’è niente che faccia parlare di rivoluzione. D. Quali aspetti tocca il decreto? R. Di fatto si parla di eliminare la possibilità del trattenimento in servizio a questi dipendenti che hanno maturato i requisiti pensionistici. Così facendo si intende liberare risorse economiche per assumere nuovo personale a costo zero, ma lo stesso ministro Madia non sa di che cifre stiamo parlando. D. E per la mobilità? R. È il secondo campo che riguarda il rapporto di lavoro nel pubblico impiego in cui interviene il decreto. Faccio presente che la mobilità è un istituto già presente e disciplinato dal dlgs 165/01. Spacciare le previsioni del nuovo Decreto legge per rivoluzionarie mi sembra demagogico. Semmai, valuto positivamente l’eliminazione di quel freno a mano alla mobilità volontaria che era rappresentato dal nulla osta necessario dell’amministrazione cedente, la quale in tal modo aveva sempre avuto il potere di veto sullo spostamento del suo dipendente. Ora plaudiamo alla possibilità per il lavoratore di muoversi con più libertà nel rispetto delle esigenze delle Amministrazioni che il decreto stesso preserva. È questo il modello di mobilità cui ci siamo sempre ispirati. D. Da tempo l’Unsa chiede che la mobilità sia facilitata anche con apposite procedure di trasparenza compartimentale e intercompartimentale. R. Sì, è così. Da anni chiediamo l’utilizzo di internet per far incrociare, tra tutte le amministrazioni, le disponibilità volontarie dei lavoratori al trasferimento da una sede all’altra. Se un dipendente vuole spostarsi da Messina a Roma, deve essere messo in condizione di sapere se esiste un collega, anche di altra amministrazione, e di stessa qualifica, che vuole trasferirsi da Roma a Messina. Nel decreto è prevista l’istituzione di un portale curato dalla Funzione pubblica finalizzata a questo obiettivo. Mi sembra una delle poche cose sensate del decreto. D. Eppure Battaglia, il ministro Madia ha detto che questa Riforma della p.a. è frutto di un innovativo processo di condivisione con il paese grazie all’apertura di un indirizzo mail appositamente creato. R. Vedo solo fumo in questa posizione. Il ministro Madia, nello sbandierare fiera i risultati della ricognizione e le 40 mila mail ricevute sulla Riforma della p.a., non sottolinea a sufficienza che esse rappresentano solo l’1,25% del totale dei 3 milioni e 200 mila dipendenti pubblici, e quindi sono statisticamente inutili. Vengono solo utilizzate come propaganda, per evitare di parlare dei veri problemi del pubblico impiego. Inoltre perché il ministro non dice che 13 mila di quelle mail ricevute chiedono il rinnovo dei contratti scaduti dal 2009? La Madia dimentica con troppa facilità che il trattamento economico dei dipendenti pubblici è bloccato per legge ai valori del 2010, mentre nel settore privato si fanno i contratti e si muovono i salari. È una disparità inaccettabile. D. Ma il correttivo degli 80 euro messi nelle buste paga dei lavoratori non vi basta? R. Certo che no. È un atto dovuto del governo, e che abbiamo ben giudicato, come sa chi ci segue. Non abbiamo sputato sugli 80 euro, né ci siamo permessi di dire che sono un’elemosina, perché sappiamo quanti colleghi hanno bisogno vitale di questi 80 euro. Ma il fatto è che non bastano. Non bastano proprio. Se il ministro Madia equipara questa misura di alleggerimento della pressione fiscale sulle buste paga dei redditi più bassi, ad un rinnovo contrattuale, ha sbagliato proprio mestiere. È una posizione inaccettabile, sia sindacalmente che politicamente. Siamo lavoratori, il contratto di lavoro è un diritto, non un optional. Ne chiediamo l’immediato rinnovo e l’adeguamento stipendiale alle condizioni di vita di oggi. D. Il livello di vita dei dipendenti pubblici, già non rassicurante del 2010, è ulteriormente peggiorato. R. Non c’è dubbio. Sebbene occorra fare dei distinguo all’interno di una platea di più di 3 milioni di persone, in cui sono inseriti generali, prefetti, magistrati da un lato e funzionari amministrativi e contabili dall’altro, la stragrande maggioranza dei lavoratori pubblici vive con stipendi medi che vanno dai 1.300 ai 1.500 euro. È una condizione preferibile a quella di tanti disoccupati, l’ho sempre detto, eppure non è con questa considerazione che si pagano le bollette e le tasse, che sono cose concrete e la realtà ci dice che sono cresciute negli anni. Faccio presente che se si alzano le tasse senza alzare gli stipendi, i cittadini sono costretti a intaccare quelle riserve di risparmio accantonate per i momenti difficili. E ritengo che il grande progetto politico e finanziario che c’è dietro a questa macro gestione economica della crisi sia indirizzato proprio a rastrellare il credito delle famiglie meno abbienti, per reintrodurlo nel mercato. D. Questo ragionamento vale per chi ha ancora risparmi segretario, ma per chi non ce li ha? R. Appunto, è quello che stiamo dicendo da tempo a tutti i governi. La nostra categoria vede gente e famiglie allo stremo, ormai collocate sulla soglia di povertà. Il dipendente pubblico era un buon partito da sposare, oggi rischia l’indigenza. Chi non ha i risparmi di famiglia oggi non può pagare bollette e tasse e vede ingigantire la propria posizione debitoria e di insolvenza davanti ad una macchina pubblica sempre inclemente e che sa sfornare cartelle esattoriali e atti esecutivi con una facilità impressionante. Per questo chiediamo subito il contratto e subito risorse per sbloccare gli stipendi. Non sono richieste di principio, che sarebbero in ogni caso legittime, ma stiamo parlando della vita concreta delle persone che il governo è chiamato a salvare. D. Nel Decreto Legge di riforma della PA si parla anche di prerogative sindacali. Si prevede la riduzione del 50% di permessi e distacchi. La misura non è troppo pesante? R. Non è solo un misura pesante, ma è volutamente distruttiva. Il decreto del governo si caratterizza più per questo attacco al sindacato che per altro. Tagliare il 50% dei distacchi significa voler impedire al sindacato di mettere in campo la sua capacità operativa e organizzativa. Se i lavoratori non possono più avere alle spalle organizzazioni associative capaci di svolgere il loro ruolo di tutela, allora diciamo che in questo Paese la libertà di associazione è riconosciuta solo a livello formale ma non più sostanziale. Quello ideato dal presidente del consiglio Renzi e dal ministro Madia è un vero attacco alla democrazia e al pluralismo. Se difendere il lavoratore con un permesso o un distacco sindacale è un privilegio, mi chiedo veramente che cosa siano 20 mila euro al mese incassati dai parlamentari, oppure cosa sia il finanziamento pubblico ad associazioni private quali sono i partiti, che nel periodo 1994-2012 hanno drenato la cifra di 2,3 miliardi di euro dalle casse pubbliche. E sottolineo il fatto che tanto i partiti quanto i sindacati sono associazioni private di cittadini, di rango costituzionale perché citate nella Costituzione; eppure i sindacati non beneficiano, giustamente, di finanziamento pubblico, mentre la politica si è arrogata questo privilegio. Noi chiediamo solo il diritto di poter difendere i nostri colleghi in modo adeguato. Ma forse è una richiesta troppo democratica per questi anni difficili in cui la libertà di espressione è minacciata. D. Eppure il ministro Madia ha dichiarato che il taglio dei distacchi è un atto richiesto dai cittadini. R. Ci sono molte cose che i cittadini e i lavoratori hanno chiesto a questo e ai precedenti governi, senza ottenere risposta adeguata. Politiche per il lavoro e per la famiglia, sostegno ai redditi e rilancio dell’economia, investimenti in luogo di tagli lineari, tagli agli sprechi e all’utilizzo di risorse pubbliche a fini partitici. Le faccio un esempio. Da anni chiediamo il taglio alle consulenze. Sebbene una stretta in questo campo c’è stata, è ancora drammaticamente insufficiente. Stiamo parlando di una spesa di 1 miliardo e 300 milioni di euro all’anno, di cui circa 600 milioni sono spesi da Regioni, province ed Enti locali. Il che ci dà il polso di come i partiti gestiscono le risorse pubbliche sul territorio. Eppure, davanti a queste cifre mostruose il governo dice di voler tagliare i distacchi sindacali del 50% per risparmiare 75 milioni di euro, che sono una lacrima nel mare degli sperperi delle consulenze pubbliche. Per qualcuno sarò forse impopolare, ma ci metto la faccia, come sempre, e dico che il sindacato va tutelato e quei risparmi di 75 milioni li potevano trovare, se volevano, da quel miliardo e 300 milioni di euro spesi per le consulenze. Se non lo hanno fatto è evidente l’intento punitivo verso il sindacato. Appare chiaro che non si voleva risparmiare denaro, ma punire la voce dei lavoratori. D. Come intendente rispondere a questo che lei definisce un attacco? R. La Confsal-Unsa si è attivata immediatamente per fronteggiare l’arroganza del governo. Abbiamo già contattato i capi gruppo di Camera e Senato, illustrando loro la situazione e contando sull’avvio di un ampio dibattito parlamentare, cui siamo disponibili anche in sede di audizione davanti alle competenti commissioni, per arrivare alla modifica di questo taglio alle agibilità sindacali durante la fase di conversione del decreto in legge. In mancanza di ciò, lo dico chiaramente, saremo pronti anche con altre forze sociali disponibili a forti risposte per rivendicare il diritto dei lavoratori ad avere sindacati messi in grado di lavorare sul territorio.

Fonte: Italia Oggi

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