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Dl enti, la ribellione dei sindaci

Serpeggia il malcontento fra i sindaci, dopo che il decreto «enti locali», atteso per mesi come la panacea di tutti i mali, ha lasciato aperte molte questioni. Il provvedimento, all’esame della commissione bilancio del senato (il termine per il deposito degli emendamenti è scaduto ieri alle 18) sta creando più di un malumore sul territorio, e l’attesa per un deciso restyling è già altissima.

Nei giorni scorsi, per esempio, a prendere carta e penna per scrivere al presidente nazionale Piero Fassino è stato il numero uno dell’Anci Piemonte e sindaco di Novara, Andrea Ballarè, che in una nota ha sintetizzato le principali questioni aperte. I toni sono pacati e collaborativi, ma la critica è serrata. «La lunga attesa per l’emanazione del dl 78/2015», si legge nel documento, «non solo ha vanificato o comunque fortemente ridotto l’utilità di una serie di misure a lungo dibattute (per esempio, la previsione di un’anticipazione di liquidità a favore dei comuni o la proroga dei termini per il riaccertamento straordinario dei residui), ma non è stata neppure premiata dall’inserimento nel testo finale di altre misure molto attese da parte di numerose amministrazioni. È auspicabile, pertanto, che in sede di conversione in legge siano apportati al provvedimento ampi e profondi correttivi».

Cinque i capitoli evidenziati da Ballarè. Innanzitutto, il Patto di stabilità. Qui il dl 78 ha previsto uno sconto anno da 100 milioni, ma si tratta di una cifra modesta se confrontata con il peso del Patto, che è di oltre 3500 milioni: in pratica, l’alleggerimento vale meno del 3%. Per di più, si tratta di spazi finanziari messi a disposizione dagli stessi comuni, attraverso un incremento orizzontale di tutti gli obiettivi. Occorre fare di più, anche perché i criteri di riparto definiti dal decreto sono assai discutibili (specialmente per la quota destinata all’edilizia scolastica). Il Patto, inoltre, rischia di vanificare almeno in parte il nuovo meccanismo «sblocca pagamenti», se alle erogazioni di liquidità non verrà abbinata la possibilità di escludere le relative spese in conto capitale dal saldo.

Poi ci sono i tanti problemi sul personale derivanti dal blocco delle assunzioni imposto per consentire il ricollocamento degli ex provinciali che, se non risolti, rischiano di mettere a serio repentaglio i servizi essenziali. Ciò anche in considerazione dei tempi lunghi della procedura di dichiarazione degli esuberi e della recente deliberazione n. 19/2015 della sezione autonomie, che ha definitivamente escluso molte delle aperture contenute nella circolare della Funzione pubblica n. 1/2015. Ancora, occorre ripensare gli obblighi di gestione associata, con l’obiettivo di sostenere la realizzazione di unioni sulla base di scelte volontarie, definendo adeguati incentivi e garantendo la necessaria flessibilità nella definizione degli ambiti.Non manca un riferimento al problema della centrale unica di committenza, che deve essere esclusa per tutti gli acquisti fino a 40.000 euro se si vuole evitare un nuovo blocco delle procedure di gara.

Infine, vanno modificati i criteri di riparto del fondo di solidarietà comunale, con una doppia linea di azione: ridurre i tagli, che oggi penalizzano il comparto dei comuni trasformandolo in un contributore netto del bilancio statale e modificare il meccanismo di distribuzione delle risorse, attualmente poco comprensibile anche agli addetti ai lavori. Il tutto nell’ambito di un complessivo ripensamento dei rapporti finanziari fra stato e comuni che prenda atto del sostanziale fallimento del federalismo fiscale e porti al riordino ed alla stabilizzazione delle entrate comunali. Un tema, quest’ultimo, che ovviamente include anche quello dell’Imu terreni.

Fonte: Italia Oggi

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