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Tetto agli stipendi: ora tocca alle Spa statali non quotate

I manager delle Spa statali per ora sono fuori dal tetto per gli stipendi pubblici. E non per un’eccezione o per una dimenticanza del legislatore. Il Dpcm, che il Governo ha inviato lunedì alle Camere e che ha fissato a 304mila euro la soglia massima per le retribuzioni nella Pa, si limita infatti ad attuare l’articolo 23-ter del decreto «salva Italia». Laddove la stretta sulle società partecipate è contenuta nella norma precedente della manovra di Natale, il 23-bis. Ma su questo l’ultima parola spetterà all’Economia.
Toccherà infatti a un decreto ministeriale, e non a un decreto del presidente del Consiglio come per i grand commis statali, il compito di ripartire in tre fasce i redditi massimi percepibili nelle società a partecipazione pubblica non quotate. Sul provvedimento di attuazione, che dovrà essere sottoposto alle commissioni parlamentari competenti, i tecnici del Tesoro sono già al lavoro ma il suo varo non è così imminente. È probabile che serviranno tutti e 60 giorni concessi dal «salva Italia», che scadono il 27 febbraio.
Per ora il tetto di 304mila euro fissato dall’Esecutivo varrà solo nelle amministrazioni centrali. Ma a chi si applicherà in concreto? È difficile dirlo; tracciare un quadro completo degli emolumenti di chi lavora ai vertici di Authority e ministeri è impresa improba. L’ex ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, aveva provato a far ordine avviando l’operazione trasparenza nel 2009. Con il decreto legislativo 150, infatti, si imponeva alle Pa l’obbligo di pubblicare sul proprio sito, in una sezione ad hoc, una serie di informazioni tra cui i curricula e le retribuzioni di dirigenti, dei titolari di posizioni organizzative e di coloro che rivestono incarichi di indirizzo polito-amministrativo. Poi, con il 165 del 2001, l’obbligo è stato esteso anche esperti e consulenti cooptati dalle amministrazioni.
Peccato, però, che l’attuazione del provvedimento abbia conosciuto una declinazione non sempre all’altezza delle richieste. È dunque molto difficile capire chi oggi ha uno stipendio superiore ai 304mila euro e dovrà quindi riportarlo sotto la soglia per effetto del Dpcm all’esame delle camere. Anche perché, in diversi casi, le informazioni sono in fase di aggiornamento per via dell’avvicendamento ai vertici dei ministeri. Senza contare, poi, che, per visionare il compenso dei manager della Pa, è quasi sempre necessario consultare i singoli curricula.
Ad ogni modo, anche laddove sono verificabili con facilità, gli stipendi dei dirigenti di prima fascia dei ministeri – capi dipartimento o direttori generali – sono ben al di sotto dell’asticella voluta dal Governo. Per fare un esempio, al ministero della Salute, la retribuzione annua lorda dei primi viaggia attorno ai 215mila euro, per i Dg invece si aggira attorno ai 179mila euro. Ai Beni culturali, invece, i direttori generali del ministero percepiscono poco meno di 170mila euro. E alla Giustizia c’è anche chi, come un capo dipartimento che è anche magistrato di Cassazione, arriva a guadagnare 283mila euro. Ma siamo sempre al di sotto della soglia fissata dal Governo per la stretta. Certo nel calcolo del compenso bisogna tener conto di doppi incarichi, consulenze o altri compensi, tutte informazioni difficilmente reperibili on line.
Chi invece sembra viaggiare al di là della soglia sono i componenti delle Authority. Non solo i presidenti (su cui si veda anche articolo in pagina) ma anche i singoli membri. A loro il decreto 78 del 2010 ha già imposto una decurtazione del 10% rispetto agli importi risultanti alla data del 30 aprile 2010. Ma, nonostante la dieta dimagrante, i compensi restano sostanziosi.

Fonte: Il Sole 24Ore

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