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Stipendi dei manager pubblici, il tetto è «subito operativo»

«Sul tetto agli stipendi dei manager pubblici andremo fino in fondo», dice il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, nel giorno in cui il governo incassa il parere favorevole delle commissioni di Camera e Senato sul decreto che sta facendo tremare centinaia di altissimi funzionari dello Stato. Da subito, dunque, l’esecutivo può varare il decreto del presidente del Consiglio (dpcm) che sforbicia le buste paga più pesanti: fissando così intorno ai 300 mila euro lordi (lo stipendio del primo presidente della Cassazione, al netto di variazioni per anzianità) il massimo retributivo per le figure apicali, con un’aggiunta non superiore al 25% per i grand commis «fuori ruolo» nei ministeri e negli enti pubblici nazionali. Il governo potrà comunque stabilire alcune deroghe – limitate nel numero e nella durata – che però dovrà motivare in Parlamento.
All’interno del perimetro del rigore poi – grazie a un emendamento in arrivo al decreto semplificazioni – entreranno in pianta stabile anche i vertici delle Autorità indipendenti, dei Comuni e delle Camere di commercio. Mentre alle Regioni, forti della loro autonomia, verrà rivolto solo un invito ad adeguarsi. Invece gli organi costituzionali (Camera, Senato, Consulta, Quirinale, Palazzo Chigi) sono esclusi dal giro di vite.
Ma ora è in cantiere anche un’operazione trasparenza per la tv pubblica: un emendamento del Pd (Amici, Naccarato) al decreto semplificazioni prevede che il direttore generale della Rai comunichi due volte l’anno alla commissione di Vigilanza «tutte le retribuzioni e i compensi erogati» dall’azienda. Quelle cifre potranno essere consultate da «tutti i cittadini iscritti nelle liste elettorali» e addirittura pubblicate online se però «gli interessati daranno il loro consenso».
Eppure, non sarà una passeggiata ridurre, da subito, gli stipendi dei manager di Stato. Il governo è pronto a varare il dpcm – che mette in pratica norme messe in cantiere da Prodi e Berlusconi – ma dietro l’angolo ci sono i ricorsi dei diretti interessati. Il rischio contenzioso è così alto da esser segnalato anche nella versione definitiva del parere della Camera, che pure ha irrigidito molto una prima stesura soft con le preoccupazioni dei super burocrati.
Gianclaudio Bressa (Pd) e Renato Brunetta (Pdl) hanno compiuto uno sforzo notevole per smussare il parere da quelle zone grigie che lasciavano ampia possibilità di manovra ai sabotatori della norma. In particolare, nonostante abbia segnalato il «principio di divieto di reformatio in peius dei trattamenti retributivi», la I commissione ha confermato l’orientamento del governo: secondo cui «non vi sarebbero ostacoli a un’immediata applicazione (dei tagli) in quanto – in presenza di inderogabili esigenze di contenimento della spesa – si potrebbe legittimamente incidere su trattamenti retributivi in corso, senza alcuna gradualità e senza operare alcuna differenziazione in ordine alla natura delle retribuzioni erogate».
Però nel parere rimodulato grazie al lavoro di squadra Pd-Pdl, che ha stoppato un tentativo trasversale di avvelenamento dei pozzi, viene scongiurato – ma anche evocato – «il rischio che un intervento immediato determini un contenzioso di tale ampiezza, per entità delle somme in questione, che potrebbe generare un costo così elevato da contraddire o vanificare l’obiettivo di razionalizzazione e di contenimento della spesa…». In altre parole, anche il secondo parere riveduto e corretto dà il via libera al governo a tagliare da subito i super stipendi, ma lo mette in guardia: «Abbiamo fatto il massimo sforzo per chiarire ciò che risultava ambiguo nel testo del governo e presto il perimetro del rigore verrà allargato», assicurano comunque Bressa e Brunetta.
Sul parere – passato a larga maggioranza con il voto contrario della Lega – si è astenuta Linda Lanzillotta (Api) che ha definito il testo «un capolavoro di subdola ipocrisia»: perché, «mentre si dà formalmente il via libera al decreto si sostiene l’incostituzionalità non solo del decreto ma anche della norma che ne è il presupposto. Si danno formidabili cartucce alle schiere di avvocati che già stanno preparando ricorsi al Tar e alla Corte con lo scopo di vanificare per l’ennesima volta il tentativo di riportare a livelli di ragionevolezza, di trasparenza e di onnicomprensività gli emolumenti di dirigenti pubblici, magistrati amministrativi, membri e dipendenti di autorità indipendenti». Denuncia la Lega: «Così il governo salvaguarda gli stipendi d’oro».
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Chi sono

L’elenco dei dirigenti pubblici con stipendio che supera il tetto è lungo. Al 13° posto, il segretario generale dell’Aeronautica Giuseppe Bernardis (460 mila euro), poi il segretario generale della Difesa Claudio de Bertolis (451 mila), il segretario generale degli Esteri Giampiero Massolo (412 mila). E poi Valeria Termini, Luigi Carbone, Rocco Colicchio e Alberto Biancardi, tutti dell’Autorità per l’energia e tutti a 396 mila. Resta tuttavia da capire quanti si trovano al di sopra della soglia fissata dal governo grazie al cumulo tra redditi di pubbliche amministrazioni diverse, i cui dati affluiscono al governo in modo disomogeneo. 621.253 Antonio Manganelli,
capo della Polizia
482.019 Biagio
Abrate,
capo di Stato maggiore
della Difesa
475.643 Giovanni Pitruzzella, presidente Antitrust
562.331 Mario Canzio, ragioniere generale dello Stato
481.214 Raffaele Ferrara, direttore generale dei Monopoli di Stato
475.643 Corrado Calabrò,
presidente Agcom
543.954 Franco Ionta, ex capo dipartimento Amministrazione penitenziaria
481.021 Giuseppe Valotto,
capo di Stato maggiore dell’Esercito
475.643 Pier Paolo Bortoni, presidente dell’Autorità energia e gas
536.906 Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto del ministero dell’Economia
481.006 Bruno Branciforte, capo di Stato maggiore della Marina
462.642 Leonardo Gallitelli, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri

Fonte: Corriere della Sera

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