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Statali, il rebus degli stipendi (con vista sul voto)

Per rinnovare i contratti del pubblico impiego bisogna sciogliere il rebus della riduzione da 12 a 4 dei comparti in cui è divisa la Pa, ma anche definire i «modelli» mentre si attende entro l’estate il nuovo testo unico del pubblico impiego entro l’estate.

Intanto il caso-Roma fa riesplodere il problema dei contratti integrativi negli enti locali, mentre il Milleproroghe prova un nuovo «salva-stipendi»: incognite incendiarie, con tanto di scioperi «a scacchiera» annunciati dai sindacati, aprono l’anno elettorale in oltre 1.300 Comuni.
Stipendi integrativi da rivedere, contratti nazionali da rinnovare, modello contrattuale da riformare e testo unico del pubblico impiego da riscrivere. Sono i quattro anelli che intrecciati fra loro formano la catena delle variabili sulle buste paga dei dipendenti pubblici e che stanno scaldando il clima del dibattito con «il fitto calendario di scioperi regionali» appena annunciato dalla funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil: una grana non da poco, soprattutto all’inizio di un anno elettorale che da Milano a Roma, da Torino a Napoli passando per Bologna, Trieste e Cagliari fino a Morterone, il municipio più piccolo d’Italia in provincia di Lecco, a giugno attende al voto gli elettori in oltre 1.300 Comuni in cui vivono oltre 15 milioni di italiani.

Un antipasto sostanzioso di questi problemi si è vissuto con la nuova puntata dello psicodramma sulle buste paga del Comune di Roma andata in scena negli ultimi giorni, che rappresenta però solo un aspetto, plateale ma parziale, dei problemi che in centinaia di enti locali continuano a circondare gli stipendi dei dipendenti comunali e provinciali. Il tema è sempre quello del salario accessorio, cioè delle quote aggiunte allo stipendio-base nazionale dalle intese decentrate che spesso sono uscite dai binari delle regole e sono incappate nelle censure della Ragioneria generale dello Stato e della Corte dei conti. La questione nasce nelle buste paga degli anni scorsi, ma quando si parla di stipendi passato e futuro si tengono per mano, perché i soldi in più ricevuti dai dipendenti devono essere compensati con tagli sul futuro: riducendo i fondi che finanziano i contratti decentrati, quando è possibile, oppure richiedendo indietro le somme direttamente a chi le ha ricevute, come sta succedendo in alcuni casi che stanno generando un ricco contenzioso.

Da Firenze a Vicenza, da Siena a Reggio Calabria passando per tanti Comuni più piccoli, di questo si discute da mesi più che dei rinnovi dei contratti nazionali, che per ora promettono invece tempi lunghi ed effetti leggeri. Il problema è esploso due anni fa, con il moltiplicarsi delle visite da parte degli ispettori della Ragioneria generale che hanno bocciato le intese locali e aperto la strada alle contestazioni di danno erariale a carico di chi le ha siglate, ma il primo salvagente, lanciato con il decreto 16 del 2014, non si è rivelato troppo efficace. La norma serve a recuperare la spesa di troppo tagliando i fondi decentrati attuali, ed evitando quindi il recupero individuale, negli enti che comunque hanno rispettato il Patto di stabilità e i tetti di spesa sul personale. In questi casi, la compensazione della spesa eccessiva deve essere realizzata in un numero di anni pari a quello in cui si sono verificate le violazioni e deve passare da una riduzione degli organici per evitare che la spesa torni a gonfiarsi troppo presto. La manovra appena approvata ha aggiunto qualche altro strumento per finanziare queste compensazioni, ricordando che alla bisogna possono essere utilizzati anche i risparmi che derivano dalla revisione degli uffici dirigenziali per eliminare le duplicazioni, prevista dalla stessa legge di Stabilità, ma si tratta di dettagli. Prima di tutto, queste regole si fermano al 2012, lasciando scoperte le irregolarità degli anni successivi che quindi andrebbero sanate richiedendo le somme direttamente agli interessati. In molte amministrazioni territoriali, poi, i conti continuano a non tornare, perché l’obbligo di recuperare le spese di troppo del passato impone tagli troppo pesanti ai fondi decentrati, con il rischio di alleggerire di nuovo le buste paga e scatenare le agitazioni di dipendenti e sindacati.

Per questa ragione amministratori e dipendenti guardano ora alla legge di conversione del Milleproroghe, dov’è stato presentato un pacchetto di emendamenti per allargare un po’ le maglie della “sanatoria”: i correttivi puntano a evitare i recuperi individuali anche per il 2013 e il 2014 e, con un emendamento targato Anci che pare aver incontrato qualche apertura nel Governo, chiedono di finanziare i recuperi anche con i risparmi prodotti dalle razionalizzazioni degli ultimi cinque anni, anche se non formalizzati in piani ad hoc, e con la «rinuncia temporanea» all’utilizzo degli spazi di turnover concessi dalla manovra.
In settimana si comincerà a capire il destino di questi correttivi, ma al Milleproroghe guardano anche le Province e Città metropolitane che, dopo aver sforato il Patto 2015 in tre casi su quattro, non potrebbero quest’anno replicare le risorse variabili dei fondi decentrati né rinnovare i contratti dei precari. Senza contare che gli sforamenti del Patto, secondo i calcoli, produrrebbero una sanzione da 1,2 miliardi, in grado di produrre dissesti a catena fra gli enti di area vasta.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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