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Staffetta e mobilità nei comuni? Solo senza i vincoli del patto di stabilità

Tutti i dipendenti di un’amministrazione sono dipendenti della Repubblica «incardinati momentaneamente presso un ente pubblico che ne è il datore di lavoro». È uno dei passaggi iniziali del documento d’indirizzo sottoscritto ieri dai ministri Marianna Madia e Maria Carmela Lanzetta, il sottosegretario Angelo Rughetti e i vertici di Anci, della Conferenza delle Regioni e dell’Upi. Un patto intitolato “Italia semplice” che apre la strada della riforma annunciata per il 13 giugno e che, per funzionare davvero, dovrebbe essere non solo sostenuta da tutti i livelli di governo ma fortemente baricentrata sui territori.

Il punto strategico contenuto nel documento prevede appunto la valorizzazione del capitale umano, vera leva per la modernizzazione del sistema. Ma per realizzare in tempi certi un vero ricambio del personale di questo marco-settore che occupa circa il 40% dei dipendenti pubblici (1.3450.000 circa tra Regioni, Comuni, Province e Servizio sanitario) bisognerà metter mano alle norme che bloccano la spesa per il personale degli enti locali, a partire dall’attuale divieto di assumere per chi supera il tetto del 50% nel rapporto spesa per il personale sul totale della spesa corrente. Insomma uno dei vincoli principali del Patto di stabilità interno (Psi) introdotti nel 2008 e sempre confermati dal legislatore negli anni del grande consolidamento fiscale.

La mobilità e le assunzioni
La mobilità intercompartimentale, viceversa, anche questa volta rimarrebbe sulla carta. Il passaggio da un’amministrazione all’altra, sia su base volontaria con la cancellazione degli attuali sistemi di “nulla osta” dell’amministrazione cedente, sia nel caso di obbligatorietà a seguito di processi di razionalizzazione di enti, prevede che l’amministrazione ricevente assuma il nuovo arrivato. E attualmente lo potrebbe fare solo se la sua spesa per il personale non supera i vincoli del Psi. I firmatari del documento di ieri ne sono più che consapevoli, visto che, dopo aver citato la staffetta generazionale, parlano esplicitamente di necessaria «revisione del complesso sistema di contenimento delle spese di personale, in un’ottica di semplificazione, di differenziazione e di maggiore flessibilità e autonomia organizzativa degli enti». Insomma, venerdì prossimo, quando arriveranno i provvedimenti di riforma (un ddl delega e un decreto, quest’ultimo proprio con le misure immediate sul pubblico impiego) occorrerà il fondamentale via libera anche dell’Economia. Toccherà a Pier Carlo Padoan l’ultima parola sull’equilibrio finanziario complessivo di un’operazione che, sulla carta, prevederebbe risparmi derivanti dal part-time, dalla revisione dell’istituto dell’esonero, dalla risoluzione anticipata del rapporto di lavoro; risparmi da compensare, appunto, con l’allentamento dei vincoli sul Psi senza voler ricorrere a eventuali sblocchi del turn over.

Le province e i centri per l’impiego
Come sempre accade, una nuova riforma non arriva mai su un foglio bianco. Così i nuovi provvedimenti sulla Pa dovrebbero essere accompagnati anche questa volta da misure tampone per scadenze di un certo peso. Come per esempio la proroga dei contratti a termine dei dipendenti delle Province. Sono oltre 2mila su 57mila e molti di loro lavorano nei Centri per l’impiego (1.500 circa su 8.700 dipendenti di queste strutture). Il baricentro territoriale della riforma della Pa camminerà insieme con l’attuazione della legge 56/2014, di superamento delle Province. Un grande bacino di mobilità da sperimentare senza far venire meno l’efficienza di funzioni pubbliche fondamentali come quella delle politiche attive per l’occupazione, visto che il programma Garanzia giovani appena lanciato dal Governo cammina in buona parte sulle gambe di tanto personale (in molti casi precario) proprio dei centri per l’impiego.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore

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