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Province, 56.000 posti a rischio

A rischio 56.000 dipendenti provinciali. Contrariamente a quanto ha sempre asserito il governo, il «riordino» delle province non garantisce affatto il mantenimento delle posizioni lavorative dei lavoratori impiegati nelle province, per i quali, al contrario, si avvia un percorso incertissimo, sia sulla destinazione lavorativa, sia sulla stessa possibilità di proseguire il rapporto di lavoro.Tutte le province istituite ex novo, per effetto degli accorpamenti, dovranno gestire il passaggio diretto dei dipendenti.Il decreto legge disciplina questa fase delicatissima in modo a dir poco confuso. Infatti, prevede che il passaggio avvenga nel rispetto della disciplina prevista dall’articolo 31 del dlgs 165/2001. Ma questa norma, non ha nulla a che vedere con la fattispecie, in quanto è finalizzata a regolamentare il passaggio dei dipendenti pubblici verso soggetti pubblici o privati, costituiti per effetto di esternalizzazioni. C’è un ente di provenienza e un ente di destinazione. Nel caso, invece, delle nuove province, vi è un ente neocostituito, nel quale ne confluiscono due. Non è un’esternalizzazione, ma una fusione. In effetti, manca completamente una disciplina che regolamenta simile evenienza.Il decreto prevede un esame congiunto tra le amministrazioni provinciali interessati e i sindacati, per individuare criteri e modalità condivisi. In assenza, le nuove province adotteranno comunque gli atti necessari per il passaggio di ruolo dei dipendenti. Tuttavia, precisa il decreto, «le relative dotazioni organiche saranno rideterminate tenendo conto dell’effettivo fabbisogno». Dunque, non si dà affatto per scontato che le nuove province assorbiranno l’intera dotazione di personale di quelle che vi confluiscono. Occorrerà ridefinire i fabbisogni e l’obiettivo, non dichiarato esplicitamente, è quello di individuare casi di personale in esubero.Comunque, a maggior chiarimento, il decreto lascia ferma l’applicazione della disciplina contenuta nell’articolo 16, comma 8, della legge 135/2012, che rinvia a un dpcm, per la fissazione dei criteri di virtuosità in base ai quali gli enti locali saranno tenuti a dichiarare esuberi di personale.Il decreto precisa che l’esame congiunto con i sindacati dovrà essere attivato anche ai processi di mobilità conseguenti all’applicazione dell’articolo 17, commi 8 e 10-bis (introdotto dal decreto sul riordino), della legge 135/2012, in conseguenza del passaggio delle funzioni provinciali verso i comuni, evento che interesserà non solo le province neocostituite, ma anche quelle non interessate dal riordino territoriale.Pertanto, i margini di incertezza sono fortissimi. Per un verso, l’effetto dell’accorpamento dei territori potrebbe determinare un quantitativo di esuberi allo stato non stimabile. Per altro verso, laddove le province non risulteranno virtuose dovranno comunque porre in disponibilità i propri dipendenti e, in ogni caso, per effetto del trasferimento delle funzioni provinciali ai comuni o alle regioni, il personale dovrà cambiare casacca.Una migrazione di proporzioni gigantesche, decine di migliaia di dipendenti, senza che vi sia la minima indicazione generale sui criteri, in particolare per guidare il processo di passaggio verso i comuni.

Fonte: Italia Oggi

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