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Produttività e premi, sfida d’autunno per la Pa

Il Governo sarà probabilmente celebrato per tanti obiettivi che verranno raggiunti con il primo ciclo di spending review ma non passerà alla storia per i nuovi interventi sul pubblico impiego.
Semplicemente perché, in questo campo, i “risultati storici” sarebbero già stati acquisiti anche senza l’ultimo decreto.
Parlano i numeri messi in fila dalla Corte dei conti in maggio: tra il 2007 e il 2010 i dipendenti pubblici sono calati di 124.700 unità (-3,4%).
In quei quattro anni in Germania sono aumentati del 3% e in Spagna dell’11%, mentre in Francia e Regno Unito la flessione dello 0,5% è arrivata dopo anni di incrementi consistenti.
Se si allunga lo sguardo al decennio 2001-2010, con l’ausilio delle statistiche Ocse si scopre che solo in Italia e Portogallo il numero dei dipendenti pubblici si è ridotto (da noi del 4,4%, da 3,67 milioni a 3,51).
Mentre in Irlanda, Grecia e Spagna la crescita è stata attorno al 30%, del 10% nel Regno Unito e in Belgio, del 5,1% in Francia e del 2,5% in Germania.
Che cosa succederà entro fine legislatura? Nell’ultima Relazione annuale al Parlamento sullo stato della Pa dello scorso novembre, Renato Brunetta ha indicato un calo di addetti di oltre 300mila unità tra il 2008 e il 2013 (-8,4%).
Si vedrà.

Tavolo d’autunno
Il tavolo che si aprirà in autunno per la gestione dei tagli alle dotazioni organiche è naturalmente molto importante.
E la partita che su quel tavolo dovrà giocare il ministro Filippo Patroni Griffi sarà cruciale.
Secondo i calcoli – prudenziali per i sindacati – della relazione tecnica alla spending review, in ballo ci sarebbero 24mila addetti (11mila delle Pa centrali e 13 mila degli enti territoriali) da avviare al pensionamento anticipato oppure alla mobilità collettiva in vista di un possibile trasferimento ad amministrazioni in penuria di personale. Ma la stessa relazione non stima i risparmi conseguibili, preferendo rinviare la verifica a cosa fatte, vale a dire al 2014-2015.
Anche qui, però, non c’è da aspettarsi più di un miglioramento al margine.
Perché gli obiettivi più grandi sono già stati colti.
È sempre la Corte dei conti a rilevarlo: nel 2011 la spesa per redditi da lavoro dipendente è scesa dell’1,2% (-0,8% in termini di cassa) a 170,05 miliardi, facendo segnare la prima inversione di tendenza dal 1998.

Contratti e turn over
La spesa per stipendi è passata dall’11,1 al 10,8% del Pil.
Il perché è noto: il blocco del turn over e della contrattazione, i limiti alla crescita dei trattamenti individuali e la stretta sui fondi unici di amministrazione che hanno di fatto azzerato lo slittamento salariale.
Questi motori, a legislazione invariata, continueranno a funzionare fino al 2014 – anno del sostanziale allineamento tra la dinamica delle retribuzioni pubbliche con quelle private – con cali di spesa dello 0,6% quest’anno, dello 0,5% nel 2013 e dello 0,1% l’anno dopo.
Se i contratti verranno sbloccati si prevede un rialzo dello 0,5% nel 2015, anno in cui la massa salariale dell’intera Pa scenderebbe però sotto il 10% del Pil.
Dobbiamo credere in queste previsioni, contenute nel Documento di economia e finanza firmato da Mario Monti lo scorso aprile? L’Istat dice di sì, visto che negli ultimi dieci anni lo scostamento tra le previsioni del governo con i suoi dati a consuntivo ha avuto oscillazioni comprese tra gli 8 e i 2 milioni, su un aggregato di 170 miliardi di euro.
E come siamo messi nelle classifiche europee sulla spesa per i dipendenti pubblici? Ai primi posti, con un incidenza pari al 23,2% del totale della spesa corrente del 2010, solo la Germania e i Paesi Bassi hanno fatto meglio nell’Ue a 27, con un 17,8% e un 21,6 per cento.

La produttività perduta
Il gap che resta da colmare con gli altri Paesi riguarda la produttività.
Calcolata in termini di costo del lavoro per unità di prodotto (clup), è in costante calo dal 2003, passata dal 4 all’1,5% sul Pil, e dopo la ripresina del 2009 (4,1%) è precipitata sotto il 2 per cento.
Una Pa efficiente ovviamente eleva la produttività totale dei fattori e il Pil potenziale.
Su questo terreno le classifiche internazionali (Ocse, Eurostat, Banca mondiale) si sprecano.
Tutte fotografano il ritardo italiano e la convergenza è unanime nelle indicazioni di policy: serve una premialità selettiva basata su merito e performance e serve più formazione.
Anche qui siamo indietro: l’ultimo Rapporto sulla formazione fatto dalla Scuola superiore della Pa – ha ricordato recentemente Luciano Hinna, ex membro della Commissione indipendente per la valutazione e la trasparenza (Civit) – dice che nel 2009, per le sole Pa centrali, sono stati investiti 141 milioni (lo 0,65% della massa salariale), in Francia si investe circa il 6% e in Germania il 4,4.
In questo contesto non bisogna abbassare la guarda sul fronte della valutazione delle performance degli uffici, obiettivo che la spending review ha rilanciato: «Noi in giugno avevamo allertato il governo che in troppe amministrazioni centrali non erano state effettuate le valutazioni individuali previste dalla riforma Brunetta», spiega Romilda Rizzo, presidente della Civit.
Lo stop, oltre alla mancanza di risorse da redistribuire, era legato alla rigidità della vecchia norma, che prevedeva una premialità su tre fasce, con l’ultima di fatto costretta a rinunciare a risorse accessorie.
«Ora la previsione normativa è che non meno del 10% del personale, dirigente e non, se supera gli obiettivi di performance potrà contare su un trattamento accessorio maggiorato del 10-30% – ricorda Rizzo -. C’è maggiore flessibilità e semplicità per la misurazione degli obiettivi, che devono essere specifici, ripetibili, ragionevolmente realizzabili e collegati a scadenze temporali. Ora vediamo come andrà ma mi sembra la strada giusta».

Fonte: Il Sole 24 Ore

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