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P.a., piano anti-corruzione

Premi ai dipendenti pubblici che denunciano episodi di corruzione nella p.a. Redditi dei politici, non solo nazionali, ma anche locali, ai raggi X. Rotazione dei funzionari che lavorano nei settori più a rischio. Le singole amministrazioni dovranno inoltre predisporre piani interni di prevenzione individuando i settori più esposti al rischio corruttivo.

Ha impiegato meno di un mese la commissione istituita dal ministro della funzione pubblica Filippo Patroni Griffi per elaborare un pacchetto di proposte contro quella che la comunità internazionale (l’Ocse, ma anche il Greco, Group of States against corruption) giudica come una vera emergenza italiana, «un fenomeno pervasivo e sistemico», radicato «in diverse aree della pubblica amministrazione, nella società civile, così come nel settore privato». Una piaga che secondo la Corte dei conti costa al sistema paese almeno 60 miliardi di euro l’anno. E che, proprio per il calo degli episodi denunciati e del numero di condanne in via definitiva registrate dalla fine di Tangentopoli a oggi, desta più preoccupazione, essendo ormai evidente che una cosa sono i numeri in chiaro della corruzione denunciata e sanzionata, altra quelli oscuri della corruzione praticata.

Per questo, subito dopo il varo del decreto «Salva-Italia», (dl n. 201/2011) Patroni Griffi ha incaricato un pool di esperti di formulare proposte concrete per rivitalizzare il disegno di legge anti-corruzione varato dal governo Berlusconi ma impantanato da mesi alla camera. La Commissione, coordinata da Roberto Garofoli, magistrato del consiglio di stato, e composta dai giudici Raffaele Cantone ed Ermanno Granelli e da tre docenti universitari, Bernardo Giorgio Mattarella, Francesco Merloni e Giorgio Spangher, ha lavorato a tempo di record. Si è riunita per la prima volta lo scorso 11 gennaio, il 18 ha incontrato a palazzo Vidoni una delegazione dell’Ocse e già ieri ha consegnato al ministro le prime indicazioni.

Si parte dalla predisposizione da parte delle singole p.a. di «piani interni con finalità di prevenzione». Ispirati ai modelli di risk management, serviranno a individuare «i settori nei quali più si annida il rischio corruttivo» in modo da avviare «mappature e programmi strategici, mezzi di promozione della cultura del rischio all’interno dell’organizzazione, sistemi di identificazione degli eventi rilevanti, previsione di strutture di auditing».

In secondo luogo sarà necessario tutelare adeguatamente chi denuncia fenomeni corruttivi e prevedere «un sistema premiale che incentivi la segnalazione». E ancora, la commissione chiede di rivedere integralmente il sistema delle incompatibilità dei dirigenti pubblici in modo da assicurare una maggiore indipendenza dei travet. Per questo andranno passate ai raggi X le situazioni potenzialmente produttrici di conflitti di interesse (cariche societarie assunte dal manager pubblico in aziende private, incarichi negli organi di governo degli enti locali) e bisognerà intensificare la rotazione degli incarichi nei settori più a rischio. La commissione propone inoltre che vengano riviste le regole per l’accesso alla dirigenza da parte dei titolari di organi politici «introducendo un rigido divieto di ricoprire cariche elettive e di governo a seguito di sentenze di condanna per talune fattispecie di reato».

E infine il capitolo trasparenza che dovrà essere intesa come «accessibilità totale» del patrimonio informativo della p.a. a vantaggio dei cittadini. L’asticella della riservatezza andrà per forza di cose abbassata fino a obbligare i politici statali, regionali e locali, ma anche i dirigenti, a rendere noti stipendi, patrimoni, imprese possedute, partecipazioni azionarie proprie, del coniuge e dei prossimi congiunti.

Si chiama «anagrafe degli eletti» e risponde a un’esigenza, tipica del mondo anglosassone, che si basa su un principio molto semplice: chi è chiamato dagli elettori a ricoprire una qualsiasi carica deve essere patrimonialmente cristallino. In modo da fugare qualsiasi sospetto di conflitto di interesse o appropriazione indebita. Il bello è che la legge che disciplina l’anagrafe degli eletti in Italia c’è già, ma non è mai stata attuata del tutto nonostante sia stata approvata 30 anni fa (legge n. 441/1982).

In parte ne hanno dato attuazione i parlamentari obbligati ogni anno a pubblicare stipendi e redditi. Poi è stata la volta dell’ex ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta, la cui operazione trasparenza si è però indirizzata alla pubblicazione delle retribuzioni e dei curricula dei dirigenti della p.a. Ma chi di anagrafe degli eletti non ha proprio voluto saperne sono stati gli enti locali. L’Anci due anni fa (si veda ItaliaOggi del 21/8/2010) diede vita a un Osservatorio per monitorare la diffusione dell’Anagrafe e aiutare i sindaci ad attuarla attraverso uno schema di delibera-tipo. Ma al di là di qualche mosca bianca (l’ex sindaco di Milano, Letizia Moratti che accese i riflettori sul proprio 740 e su quello dei consiglieri di palazzo Marino) l’iniziativa è caduta pressoché nel dimenticatoio.

Francesco Cerisano

Fonte: Italia Oggi

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