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L’intervista Marianna Madìa

Ministro Madìa, nemmeno 24 ore dall’approvazione della riforma della Pa e la Cgil già la boccia dicendo che non ci sono misure che favoriscono il rapporto con i cittadini ma piuttosto norme che manomettono la rappresentanza sindacale…
«Lasciamo che siano i cittadini a decidere se i servizi saranno migliori o peggiori. Ma su un punto voglio essere chiara. Il taglio dei permessi sindacali, così come quello del finanziamento ai partiti politici, sono richieste arrivate dai cittadini e sulle quali i cittadini hanno già deciso. Mi creda, non c’è nessun intento punitivo».
La filosofia di fondo della riforma sembra chiara, svecchiare i ranghi della Pa pensionando i lavoratori più anziani e facendo entrare giovani. Ma per un’amministrazione che ha perso negli ultimi anni 200 mila dipendenti, 15 mila nuove assunzioni in tre anni non sono poche?
«La stima dei 15 mila nuovi posti riguarda una sola delle norme approvate, l’abolizione del trattenimento in servizio. Poi ci sono altre cose. Credo sia l’insieme di tutto che può cambiare marcia alla pubblica amministrazione».
Quali sono le altre misure per favorire la staffetta generazionale?
«Innanzitutto c’è il divieto assoluto per chi è in pensione di lavorare per la pubblica amministrazione. Poi ci sono le regole di turn over più flessibili, ossia nessun altro paletto alle assunzioni oltre al vincolo delle risorse. L’agevolazione del part time, con la possibilità negli ultimi cinque anni di lavorare un numero di ore ridotto ma avendo la pensione piena al ritiro. E, infine, c’è una norma secondo me molto importante in grado di liberare molti posti e che è stata poco considerata».
Di che norma si tratta?
«Per i lavoratori che sono arrivati al massimo della contribuzione, l’amministrazione può, unilateralmente, decidere di farli andare in pensione».
Avete una stima di quanti statali hanno i 42 anni di contributi che li metterebbe in questa condizione?
«I numeri sono alti».
Quanto alti?
«Da qui al 2018 sono 60 mila persone. Ma bisogna considerare che una parte di questi lavoratori probabilmente sceglierà autonomamente di andare in pensione. E non è detto che tutte le amministrazioni scelgano di applicare la norma. Il bacino è questo, ma non posso dare un numero preciso dei possibili ingressi».
Ci sono altre norme che possono favorire assunzioni?
«C’è il blocco per due anni dei concorsi per dirigenti, che saranno sostituiti con concorsi per funzionari, quindi con qualifiche più basse che permetteranno a più giovani di entrare nella pubblica amministrazione».
I sindacati parlano della necessità di almeno 100 mila nuovi ingressi. È un obiettivo raggiungibile?
«L’obiettivo è il massimo possibile. Questo non solo perché abbiamo il 40% di disoccupazione giovanile, che basterebbe a giustificare l’assunzione di giovani, ma perché se vogliamo un’amministrazione il più digitale possibile abbiamo assoluto bisogno di nuove professionalità».
Nelle bozze di riforma era prevista la possibilità, anche per gli uomini, di prepensionarsi a 57 anni con 35 di contributi accettando un taglio dell’assegno. Questa possibilità ci sarà?
«L’avevamo valutata ma l’abbiamo tolta. È una norma che ha un problema di finanziamento. Vedremo in corso d’opera se sarà possibile utilizzarla».
I magistrati hanno protestato per l’abbassamento da 75 a 70 anni della loro età di pensionamento. Hanno parlato di rischi di collasso per la giustizia…
«Vorrei chiarire una cosa».
Prego..
«Non si tratta di un anticipo di pensione, ma di un non posticipo. I magistrati possono chiedere, raggiunta l’età della pensione, di restare altri 5 anni».
Chiarito questo?
«Chiarito questo dico che c’è una prassi consolidata nelle amministrazioni pubbliche di concedere questo trattenimento in servizio. È naturale che ci sia qualcuno che resiste, ma lo fa contro la maggior parte dell’amministrazione e il resto dei cittadini che chiedono di cambiare. Bisogna uscire dalla logica che per avere incarichi di responsabilità bisogna avere una certa età. Sui magistrati, però, abbiamo previsto una norma transitoria fino alla fine del prossimo anno soltanto per coloro che hanno incarichi direttivi. Questo perché oggi la maggior parte degli incarichi direttivi in magistratura è assegnata a persone in trattenimento e in questo modo vogliamo evitare la paralisi degli uffici giudiziari. Non si tratta di un’eccezione a tutela delle singole persone ma dell’azione giudiziaria».
Tutto il dibattito sulla riforma della Pa è partito dal documento del Commissario per i tagli di spesa Carlo Cottarelli che aveva indicato la necessità di 3 miliardi di risparmi con un’ipotesi di 85 mila esuberi. Cosa è rimasto di tutto questo nella riforma?
«Il mio obiettivo, e lo dico chiaramente, è avere zero esuberi. Ma non dipende solo dal governo, deve essere uno sforzo comune di tutti. Anche il fatto di avere norme incisive sulla mobilità volontaria e obbligatoria e sul demansionamento in caso di mobilità, è legato alla volontà di garantire una maggiore efficienza dell’amministrazione, far andare le persone dove servono e quindi evitare esuberi».
A proposito di mobilità, come funzionerà esattamente?
«Per quella volontaria abbiamo tolto il nulla osta dell’amministrazione. E già questa è una rivoluzione, perché fino ad ora le amministrazioni si tenevano i propri lavoratori come fossero proprietà privata. Solo per fare un esempio, i dipendenti delle Province che hanno risposto ad un bando pubblico del ministero della giustizia per andare negli uffici giudiziari dove c’è una tale carenza di personale che alcune cancellerie rischiano di chiudere, non riescono a spostarsi perché le amministrazioni non li vogliono cedere. Per la mobilità obbligatoria, invece, c’è lo spostamento entro i 50 chilometri. Ma la cosa più importante è che mi impegno ad attuare le famose tabelle di equiparazione di qualifiche e stipendi che erano nella legge Brunetta e che non sono mai state attuate».
Anche per la difficoltà di mettere d’accordo tutti, dai sindacati agli enti locali….
«Abbiamo previsto che le tabelle dovranno essere fatte sentiti i sindacati e con un passaggio in conferenza unificata, ma anche che se entro due mesi dall’approvazione del decreto questo percorso non si è concluso emanerò una mia norma unilaterale».
La riforma della Pa darà un contributo al contenimento della spesa pubblica?
«Non siamo partiti da questo approccio. Ma è possibile, visto che la riforma è piena di norme in grado di generare risorse, come la riduzione drastica delle indennità degli avvocati di Stato, il taglio del 10 per cento delle consulenze dei ministeri e del 50 per cento delle Authority, la chiusura delle sedi distaccate dei Tar. Ma la vera sfida per noi è avere una Pa efficiente e moderna che generi crescita, non risparmiare risorse o fare tagli».
Parliamo dei dirigenti pubblici. Si era detto licenziabili e con i premi saranno legati al Pil. Tutto confermato?
«Il Pil l’abbiamo tolto».
Era uno dei cavalli di battaglia di Renzi, perché è saltato?
«È stato il frutto della consultazione. Ci sono state molte mail contrarie. Vedremo se rientrerà nel dibattito parlamentare».
Nel decreto ci sono anche i poteri a Cantone per la lotta alla corruzione dopo i casi Expo e Mose. Il governo li ritiene a questo punto sufficienti?
«Abbiamo dato il massimo dei poteri possibili a Cantone, ha tutta la vigilanza, il potere ispettivo che aveva l’Autorità dei lavori pubblici, l’accesso a tutte le banche dati, su Expo il potere di controllo su tutti gli atti di gara tramite la guardia di finanza e il potere di commissariare le imprese relativamente a singoli appalti. Prerogative molto forti. Lui si è detto soddisfatto. Credo che la vera politica efficace contro la corruzione sia la trasparenza massima, dalla fatturazione elettronica alla tracciabilità di ogni euro. Questa è la vera politica contro la corruzione».
Andrea Bassi

Fonte: Il Messaggero

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