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Il blocco dello stipendio costa 1.600 euro all’anno

L’appello alla moderazione salariale rilanciato dalla Commissione europea come una delle vie per il rilancio della competitività non riguarda certo il pubblico impiego. Il blocco dei contratti deciso due anni fa non solo ha prodotto una frenata di questa voce della spesa corrente, ma ha anche ridotto le retribuzioni reali. Secondo un calcolo realizzato per Il Sole 24 Ore da Aran, l’agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, se si prende come indicatore la retribuzione media contrattuale annua del 2009, pari a 27.613 euro, si scopre che tra il 2010 e il 2012 i dipendenti hanno perduto 1.602 euro di reddito a causa dell’erosione monetaria prodotta dall’inflazione, che nel periodo, in termini cumulati, è crescita del 7,5 per cento. Se si passa dalla media alla variazione percentuale, la limatura alle retribuzioni contrattuali prese in esame al posto delle retribuzioni di fatto visto che nel nuovo modello l’Ipca e poi l’inflazione effettiva si applica solo alla parte fissa equivale al 5,8 per cento. E poiché il blocco dei rinnovi sta per essere prorogato anche per il biennio 2013-2014, con un trend invariato dei prezzi al consumo la prospettiva è di un raddoppio della perdita di potere d’acquisto, fino a superare l’11% in termini cumulati in cinque anni. Il primo rapporto semestrale Aran (si veda il Sole 24 Ore del 19 ottobre) aveva già confermato il sostanziale congelamento delle retribuzioni pro capite di fatto nel biennio 2010-2011, quando in termini aggregati si sono ridotte dello 0,2 per cento. Nello stesso periodo le retribuzioni di fatto del settore privato (stipendio base più componenti accessorie) sono invece cresciute del 2,1 per cento. Sono dati che fanno riflettere se letti tenendo conto degli ulteriori tagli introdotti con la spending review di luglio, oggetto del confronto sindacale annunciato per settimana prossima dal ministro per la Pa e la semplificazione, Filippo Patroni Griffi. A contenere la massa salariale nel pubblico (167 miliardi, pari al 10,7% del Pil quest’anno, destinato a scendere al 9,9% nel 2015 secondo l’ultima nota aggiuntiva del Def) è il blocco del rinnovo dei contratti scattato con il Dl 78/2010. Misura rafforzata l’anno passato con altri quattro interventi successivi, che hanno messo un tappo che va oltre la contrattazione collettiva e blocca le retribuzioni individuali, gli scatti e le progressioni di carriera. Il risultato è una riduzione extra delle retribuzioni pubbliche che ha portato a un sostanziale allineamento con la crescita cumulata degli stipendi privati (+40,6% i primi negli ultimi dieci anni contro il +41,8% dei secondi a fronte di un tasso di inflazione effettivo cumulato di periodo del 27,1 per cento). In termini monetari il blocco delle retribuzioni determina un risparmio di 6,5 miliardi nel biennio, che saliranno a 13 miliardi a fine 2014, termine dell’ulteriore proroga che verrà confermata con un decreto ministeriale atteso nelle prossime settimane. Con questo atto verrà confermato anche il congelamento della vacanza contrattuale, il che significa che se nel 2015 sarà possibile l’apertura di una nuova stagione di rinnovi contrattuali, il potere d’acquisto perduto a causa degli ultimi cinque anni di inflazione non verrà mai più recuperato. La stretta non è solo italiana. Come ha mostrato due settimane fa la Bce (Structural issues report, october 2012), negli ultimi anni di crisi il maggior contenimento salariale si è determinato in diversi Paesi soprattutto per i dipendenti pubblici, mentre le retribuzioni del settore privato hanno manifestato una quasi-invarianza, con effetti negativi sui margini di recupero di competitività e occupazione.

Fonte: Il Sole 24 Ore del lunedi'

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