Questo articolo è stato letto 0 volte

Camera: “Norma tetto stipendi va corretta, non può essere applicata subito”

Arrivano i primi ‘paletti’ nelle commissioni Affari costituzionali e lavoro della Camera al decreto del presidente del Consiglio Mario Monti sul tetto ai manager pubblici che attua quanto previsto dalla manovra salva Italia. Nella bozza di parere che i relatori Donato Bruno (Pdl) e Silvano Moffa (Popolo e territorio) hanno proposto alle commissioni, emergono una serie di criticità, scaturite dal dibattito.

Il parere vero e proprio arriverà domani, intorno alle 14.30, quando le commissioni esprimeranno un voto, ma leggendo la bozza alcune perplessità già emergono. In primis quelle sulla platea dei soggetti che subiranno il taglio. In particolare si teme una “disparità di trattamento” riservato dal dpcm alle pubbliche amministrazioni visto che, ad esempio, si parla dei dirigenti delle amministrazioni centrali dello stato, ma non sono inclusi i dirigenti delle regioni e degli enti locali. “Tale esclusione – si legge nel testo – potrebbe dar luogo a una disparità di trattamento tra soggetti chiamati a svolgere prestazioni simili, in assenza di una ragionevole giustificazione del trattamento differenziato”.

Pertanto “è da ritenersi necessario – è scritto – un intervento correttivo della disciplina recata dall’articolo 23-ter” del dl salva Italia “per definire, al fine di evitare ingiustificate disparità di trattamento, un ambito di applicazione il più coerente possibile, disponendo altresì che la disciplina medesima costituisca un indirizzo al quale le regioni devono conformare il proprio ordinamento”. Altri dubbi sono nella disparità di trattamento tra chi percepisce un solo stipendio e chi invece, grazie ai cumuli pluri-incarico che però non compaiono dai dati arrivati in parlameno, risulta avere un reddito inferiore a quello realmente percepito e quindi non incappare nel tetto (pari allo stipendio del primo presidente della corte di cassazione ossia 294 mila euro).

La fissazione di un tetto massimo dei trattamenti retributivi ai manager pubblici, che sarà di 294 mila euro (precisamente 293.658.95)- si legge ancora nella bozza di parere alle commissioni Affari costituzionali e lavoro della Camera – “dovrebbe essere oggetto di ulteriore riflessione, proprio per valutare i profili di ingiustificata disparità di trattamento che si potrebbero determinare alla luce della composita e stratificata legislazione vigente e i profili di irragionevole incidenza sull’attuale assetto del sistema retributivo, con evidente lesione del principio di buona organizzazione delle pubbliche amministrazioni”. E non “tutti i profili di incertezza possono considerarsi risolti alla luce della documentazione presentata dal governo alle commissioni riunite che appare per un verso incompleta sotto il profilo delle amministrazioni interessate, e per altro verso include alcune posizioni” senza “chiarie in base a quale disposizione  di legge possano considerarsi inserite nella platea dei destinatari”.

La documentazione inoltre “non sembra tener conto di tutti gli emolumenti corrisposti a qualsiasi titolo” né “sui cumuli” tra i vari incarichi. Con ciò “rischiando di porre sullo stesso piano figure professionali la cui retribuzione onnicomprensiva  è legata allo svolgimento, in via esclusiva e e assorbente, di un unico incarico di responsabilità con quelle figure professionali che invece assommano una pluralità di emolumenti legati a una pluralità di incarichi”.

Quanto alla immediata applicabilità del tetto agli stipendi per i manager di Stato, nella bozza si sottolinea anche che “il divieto di reformatio in peius è posto a protezione dei diritti acquisiti intangibili da parte della Pubblica amministrazione, la quale non può incidere in senso negativo sul maturato economico raggiunto dal pubblico dipendente delle cui prestazioni lavorativi intenda continuare a valersi”. Ma su questo punto non è d’accordo il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, che ribadisce la sua posizione: le norme sul tetto ai manager della Pubblica amministrazione, previste nel dpcm all’esame delle Camere, “sono immediatamente applicabili. Leggeremo il parere” presentato oggi e che sarà votato domani, afferma Patroni Griffi. Ma non sembra concedere aperture rispetto alle perplessità espresse dai relatori sull’applicabilità del tetto retributivo ai contratti in corso.

Senato: aboliti benefit a vita ex presidenti. L’ufficio di presidenza del Senato ha deciso all’unanimità di abolire i benefit a vita per gli ex presidenti. Chi è stato seduto sullo scranno più alto di Palazzo Madama, quindi, avrà diritto a segreteria, collaboratori, auto blu e, in generale, a tutti i benefit collegati alla carica per un periodo di tempo limitato alla durata massima di due legislature, ovvero per dieci anni, e non più a vita, come invece è accaduto fino ad oggi. Lo si apprende da fonti del Senato.

Fonte: La Repubblica

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>