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Bocciata l’intesa sugli statali

L’intesa sul pubblico impiego firmata il 4 maggio scorso da Governo, enti territoriali e sindacati non piace alla Corte dei conti, che vi vede una «rimessa in discussione del percorso avviato verso un sistema di valutazione delle performance» dei dipendenti e lancia quindi l’allarme su «una possibile permanenza delle criticità» che fino a oggi hanno caratterizzato la contrattazione. Nega ogni disaccordo, però, il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi, secondo il quale le «perplessità» della Corte sui meccanismi attuali del lavoro nel settore pubblico «sono le stesse che ci inducono a intervenire: premiare i migliori e aumentare la produttività sono le nostre priorità conclude il ministro . Bisogna metterle in pratica». Nella relazione 2012 sul costo del lavoro pubblico, insomma, la Corte dei conti entra nel pieno dell’attualità, e mette sotto esame il progetto di riforma che nei prossimi giorni dovrebbe approdare sotto forma di disegno di legge governativo (almeno in parte sarà una legge delega) sul tavolo del Consiglio dei ministri. Tra gli snodi dell’intesa c’è il «superamento» di alcuni capitoli chiave della riforma Brunetta, come le tre fasce di merito che avrebbero dovuto modulare la parte variabile della retribuzione del personale pubblico, la riduzione a quattro dei comparti di contrattazione e il nuovo assetto dei poteri dirigenziali. Un’impostazione, questa, che ha acceso le critiche dell’ex ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta (si veda l’intervista pubblicata sul Sole-24 Ore del 12 maggio), e che potrebbe quindi andare a incidere sui rapporti fra Governo e Pdl, già “agitati” dal risultato elettorale del primo turno delle amministrative. Dal canto suo Patroni Griffi, l’attuale inquilino di Palazzo Vidoni, sottolinea gli elementi di accordo con l’analisi dei magistrati contabili, e spiega che il maquillage in arrivo serve proprio a far partire produttività e meritocrazia oggi incagliati da «rigidità» di applicazione oltre che dal congelamento delle dinamiche salariali. In effetti, anche la relazione della Corte sottolinea «la complessità della normativa» attuale, testimoniata dal fiorire di circolari interpretative e da un’attività di consulenza continua da parte delle sezioni regionali della magistratura contabile. Ad alimentare l’allarme rilanciato ieri, comunque, c’è il fatto che la raffica di tagliole che sono piovute sul pubblico impiego dal 2010 a oggi hanno sì frenato la spesa, ma hanno anche colpito la «quantità e qualità dei servizi erogati». I tagli lineari agli organici, riflette la Corte, «obbligano le amministrazioni a una continua revisione degli assetti organizzativi», il che «impedisce il consolidamento di procedure, competenze e professionalità». Dall’altro lato lo stop alla crescita salariale ha nei fatti congelato anche i meccanismi di attribuzione degli incentivi, relegando nell’ambito degli interventi futuribili il ruolo del salario accessorio come motore per «il recupero di efficienza» delle amministrazioni. La stretta ha comunque ridotto dipendenti e spesa (nel rapporto fra spesa di personale e Pil solo la Germania fa meglio di noi), anche se rimangono numeri critici come quelli dei permessi sindacali, che costano ancora 151 milioni all’anno.

Fonte: IL SOLE 24ORE

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