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«Aboliremo le Province. Senza licenziare»

«Nel 2014 le province non ci saranno più.
Le avremo abolite, lo ha detto il presidente del Consiglio Enrico Letta nel suo discorso di insediamento.
E rispetteremo questo impegno».
Abituato a fare il sindaco in una città che funziona, Reggio Emilia, Graziano Delrio ammette che a Roma diventa tutto più complicato: «Di solito studio, mi confronto, decido e vedo gli effetti delle decisioni.
Qui invece…» allarga le braccia il nuovo ministro per gli Affari regionali e le Autonomie.
Anche la partita delle Province non è cosa semplice.
Il 2 luglio la Corte costituzionale dirà se è legittimo trasformarle in enti di secondo livello, come prevede la riforma del governo Monti congelata fino a dicembre.
E cioè se possono essere formate solo da delegati dei Comuni e senza i consiglieri eletti dal popolo.
«Naturalmente terremo conto della decisione della Corte costituzionale.
Ma andremo avanti in ogni caso».
E come?
«Prima di tutto bisogna eliminare le Province dall’articolo 114 della Costituzione.
Serve una legge costituzionale, un articolo appena anche se con due letture parlamentari.
Si potrebbe persino presentarla prima dell’estate».
Ma non dovrebbe rientrare nel pacchetto allo studio del ministro delle Riforme costituzionali, Gaetano Quagliarello?
«È così .
Ma si potrebbe anche presentare un disegno di legge separato.
Questa è una modifica sulla quale siamo tutti d’accordo, sul resto ci sarà molto da discutere».
Ma non basta cancellare una parola dalla Costituzione per abolire le Province.
«Certo, infatti servirà un disegno di legge o un decreto per scrivere le nuove regole, anche questo da presentare prima della pausa estiva.
Presidente di Provincia, giunte e consigli provinciali non ci saranno più: elimineremo tutti gli organismi politici.
Al loro posto avremo solo dei comitati di sindaci del territorio, li potremmo chiamare collegi come diceva Einaudi, collegi delle autonomie».
E se la Corte costituzionale dicesse che i vertici della Provincia vanno comunque eletti?
«Nella fase transitoria in questo caso manterremo solo l’elezione diretta del presidente, eliminando comunque giunte e consigli provinciali.
Il presidente eletto avrebbe solo il ruolo di guidare i collegi dei sindaci».
Deciderete voi quali Comuni si devono unire nei collegi?
«No, lasceremo la scelta a Regioni e Comuni.
Nessuna decisione presa dal centro per evitare la logica del campanile che bloccherebbe tutto.
In ogni caso i collegi non potranno essere più numerosi delle vecchie province».
E ai dipendenti degli uffici provinciali che cosa succederà?
«Saranno redistribuiti tra uffici regionali e comunali a seconda delle funzioni».
Rischieranno il posto?
«È chiaro che la pubblica amministrazione, grazie all’informatizzazione, è destinata ad avere meno dipendenti.
Ma sarà un processo graduale, bastano i pensionamenti, non servono gli esuberi.
Col ministro D’Alia ne parleremo presto.
Naturalmente ci confronteremo con le Province non solo sui dipendenti, ma anche sui patrimoni e sulla fiscalità.
Chi meglio di loro conosce i problemi? Il vero nodo da sciogliere, però, riguarda le funzioni».
Ecco, che competenze avranno i nuovi collegi dei sindaci?
«Non la cultura, non la scuola o il sociale.
Solo quelle che, per dare un buon servizio ai cittadini, hanno bisogno di essere programmate e gestite all’interno della cosiddetta area vasta.
Il trasporto pubblico e la viabilità, ad esempio.
I Comuni da soli sono troppo piccoli, le Regioni troppo grandi.
Ma da qui a giustificare l’esistenza di un presidente, di una giunta e di un consiglio ce ne passa».
C’è chi dice che bisognerebbe abolire non le province ma le Regioni.
Hanno confini artificiali e costano molto di più.

«Le Province non sono la causa di tutti i mali, ma in Italia i livelli amministrativi sono troppi.
I cosidetti enti di mezzo, tra comunità montane, consorzi e società varie, sono 7 mila.
Interverremo anche su quelli».
Ma le Regioni? Avremo un accorpamento anche per loro?
«Di questo parleremo nel pacchetto allo studio del ministro Quagliariello».
La maggioranza del governo Letta è la stessa del governo Monti.
E quindi la stessa che un anno fa ha affossato non l’abolizione ma la semplice riduzione del numero delle province.
Cosa le fa pensare che stavolta andrà diversamente?

«La speranza di vivere in un Paese serio.
Nel suo discorso di insediamento il presidente Letta ha parlato di abolizione, il Parlamento ha votato la fiducia sulla base di quel programma.
Una politica seria deve promettere solo le cose che può fare e poi fare tutte le cose che ha promesso».
E l’Italia è un Paese serio?
«Guardi, se si blocca tutto io non ci sto.
Il ministro delle cose inutili non lo voglio mica fare».

Fonte: Corriere della Sera

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