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Schiaffo a Tremonti, salta il tetto. I dirigenti si scongelano gli stipendi

Anche questa volta ha colpito. La casta dei grand commis, direttori generali, capi dipartimenti, segretari generali, insomma l’alta burocrazia dello stato con cui sempre ogni governo deve misurarsi, a volte per soccombere, si è ripresa la libertà di trattare sulla parte economica degli incarichi assegnati dai vertici politici.

Ovviamente per aumentarli. Come? Agendo sulla voce variabile dello stipendio che è legata a posizione e risultato e che uno dei tanti decreti correttivi dei conti pubblici dell’ex ministro dell’economia, Giulio Tremonti, aveva congelato, fermandoli al contratto in godimento di chi deteneva prima la stessa funzione. A sbrinare i salari è una normetta che è spuntata nel decreto liberalizzazioni, o almeno nel testo del decreto che è entrato al consiglio dei ministri, provvedimento che fino a ieri sera risultava ancora nelle mani dei tecnici per le ultime correzioni formali dopo l’approvazione. La norma è affogata all’interno di un articolo, nella bozza il numero 63, sotto il titolo III: «Europa». É un articolo che, per adempiere alla direttiva europea sui pagamenti delle amministrazioni pubbliche alle imprese, raschia il fondo del barile pur di ridurre i tempi vessatori che la burocrazia italiana pratica nei confronti dei creditori, cercando così di venire incontro alle aziende in difficoltà. Al comma 8, si precisa che «al fine di assicurare alle pubbliche amministrazioni la massima flessibilità organizzativa, le stesse possono derogare a quanto previsto dall’articolo 9, comma 2, ultimo periodo, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78». É l’articolo sul contenimento delle spese in materia di impiego pubblico, che introduce anche il taglio per gli stipendi che sforano i 90 mila e i 150 mila euro. E che nell’ultima parte afferma che «i trattamenti economici complessivi spettanti ai titolari degli incarichi dirigenziali, anche di livello generale, non possono essere stabiliti in misura superiore a quella indicata nel contratto stipulato dal precedente titolare ovvero, in caso di rinnovo, dal medesimo titolare». Il decreto liberalizzazioni fa salvi i tagli, ma ripristina la trattativa sul compenso complessivo dei dirigenti. La parte variabile consente allo stipendio di un direttore generale di un ministero, per esempio, di oscillare dai 140 mila euro annui ai 180 mila: ora torna ad essere oggetto di trattativa, a patto però di assicurare la neutralità finanziaria, precisa il decreto legge, che indica eventuali compensazioni a carico del fondo per la retribuzione di posizione e di risultato o di altri fondi interni all’amministrazione di appartenenza. Già, i fondi per le contrattazioni aziendali a volte possono essere anche molto capienti perché il personale che ne può usufruire è diminuito, grazie ai pensionamenti, ma i finanziamenti sono rimasti sempre gli stessi.

Di pubblico impiego il decreto liberalizzazioni non si sarebbe dovuto occupare per niente, vista la scelta del governo di fare un successivo provvedimento ad hoc, probabilmente già la prossima settimana, sulle semplificazioni che dovrebbe contenere anche altre misure, per esempio quelle sulla scuola. La regia degli interventi toccherà a Filippo Patroni Griffi, ministro della Funzione pubblica.

Alessandra Ricciardi

Fonte: Italia Oggi

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