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Pubblico impiego l’ennesima sanatoria

Il governo Letta, forte della propria maggioranza e dell’emergenza in cui si trova il Paese, dovrebbe rappresentare una soluzione di continuità rispetto al passato. Il provvedimento di qualche giorno fa in tema di «stabilizzazione» dei precari nella pubblica amministrazione, invece, rientra perfettamente nel solco delle politiche del pubblico impiego adottate da trent’anni a questa parte. La premessa è nota. Da decenni, a causa dei vincoli di bilancio, le assunzioni da parte della pubblica amministrazione risultano bloccate, addirittura arrivando a prevedere il blocco del turnover, cioè la mancata sostituzione dei dipendenti che vanno in pensione. Non essendovi stato governo, fra quelli succedutisi, che sia intervenuto sul funzionamento della macchina amministrativa ed, anzi, essendosi sempre più esteso il peso della burocrazia nella vita del Paese, tale pretesa si è rivelata impraticabile. Ed al problema si è sempre fatto fronte attraverso le assunzioni a termine, creando centinaia di migliaia di posti di lavoro precari, trovando così il pretesto di sanatorie con le quali trasformare i lavoratori assunti temporaneamente in dipendenti a tempo indeterminato. L’ultima «stabilizzazione» fu quella avviata dal governo di centrosinistra nel 2007 e 2008: anche in quella occasione si affermò quanto abbiamo sentito dal ministro D’Alia e cioè che «mai più ci saranno contratti a tempo determinato che non siano eccezionali e temporanei». Principio incontestabile e, non sorprendentemente, sin dal 2001 presente nella legge sul pubblico impiego, secondo la quale il ricorso all’utilizzo di contratti a tempo determinato deve rispondere ad esigenze di carattere temporaneo ed eccezionale. Se è vero che ci sono oltre 150 mila lavoratori temporanei che solo apparentemente sono tali, perché di fatto assicurano la prestazione di servizi pubblici essenziali, ciò vuol dire che la legge è stata violata ampiamente e senza conseguenze per le amministrazioni che hanno fatto ricorso alle assunzioni temporanee pur mancandone i presupposti previsti dalla legge. Difficile capire, quindi, quale sia la credibilità delle parole del ministro D’Alia, che non ci ha spiegato come in futuro possa essere fatta rispettare una legge così ampiamente disattesa nel passato. La «stabilizzazione» proposta dal governo Letta è di riservare ai lavoratori con contratti a tempo determinato il 50% delle assunzioni che in futuro verranno messe a concorso, rimanendo la quota restante a disposizioni degli altri concorrenti. Pur rendendoci conto che i lavoratori precari sono persone che svolgono diligentemente e con impegno il proprio lavoro, quella del governo è una soluzione sbagliata ed ingiusta. Crea un accesso di favore, solo parzialmente mitigato dal meccanismo del concorso, a persone il cui unico titolo è quello di stare già lavorando per la pubblica amministrazione, in aperta contraddizione col principio del concorso aperto a tutti. Certamente, il concorso riservato consentirà di assumere i migliori, ma i migliori tra i precari e non i migliori in assoluto. Non è un limite da poco considerando l’inefficienza della pubblica amministrazione. Ed è un trattamento del problema del precariato che discrimina fra lavoratori privati e pubblici. I primi non godono di nessuna protezione e debbono muoversi in un mercato del lavoro dove la flessibilità e l’incertezza sono la regola. Ai secondi, invece, è riservato un trattamento privilegiato: chi ha un lavoro pubblico a tempo determinato ha una buona chance di vedersi assicurato quel posto fisso e sicuro che da sempre viene associato all’impiego pubblico. Si poteva prendere una strada diversa, quella di bandire concorsi aperti a tutti, senza riserve a favore dei precari, con la possibilità di riconoscere maggiori punteggi nella valutazione dei titoli a chi avesse già lavorato con contratti flessibili per la pubblica amministrazione. Sarebbe stata, però, una soluzione politicamente inaccettabile ai sindacati, il cui obbiettivo è quello di trovare una soluzione del precariato nel pubblico impiego, poco importa se a scapito di principi quali la parità di opportunità fra i cittadini. La vicenda che abbiamo commentato dimostra come in Italia la differenza fra destra e sinistra sia sempre più difficile da apprezzare. È manifesta quando in gioco vi sono le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. Quando si tratta, però, di prendere decisioni difficili, per le quali davvero ispirarsi ai principi di cui a parole si fanno paladini i due schieramenti, siano essi l’efficienza o la meritocrazia, scopriamo come di fatto sinistra e destra posseggano un fondamentale tratto comune, quello della difesa di uno status quo che ha portato l’Italia ad affrontare la più grave crisi dalla fine della guerra ad oggi.

Fonte: L'Eco di Bergamo

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