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Più poltrone nei piccoli comuni

Un’infornata di nuovi consiglieri e assessori nei comuni già dalle prossime elezioni. Mentre le province vengono spogliate di organi e funzioni, in attesa di essere del tutto cancellate dalla Costituzione, nei piccoli comuni la lancetta dei tagli torna indietro di tre anni. E le poltrone, soppresse nel 2011 dal governo Berlusconi, improvvisamente rivivono. Con in più una grande novità che sicuramente farà piacere ai sindaci dei mini-enti: nei centri fino a 3.000 abitanti il divieto di terzo mandato non si applicherà. Ma ai sindaci non sarà comunque consentito occupare la poltrona di primo cittadino per più di tre legislature consecutive. Le buone notizie per i politici locali non finiscono qui. Nei comuni in cui stanno per sorgere le città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria) i presidenti di provincia in scadenza resteranno incollati alla poltrona a gestire la fase transitoria verso il nuovo ente. Ma lo faranno da soli, perché consigli e giunte decadranno. Nel passaggio al senato, il ddl di riforma della governance locale (meglio noto come «svuota-province»), messo a punto da Graziano Delrio quando era ministro degli affari regionali, è stato ritoccato in modo da piacere a tutti. Ci hanno pensato gli emendamenti del relatore (il senatore Pd Luciano Pizzetti, poi premiato con la carica di sottosegretario alle riforme e perciò sostituito dal collega di partito Francesco Russo) a smussare gli angoli di un provvedimento che, nel testo approvato dalla camera a fine dicembre, avrebbe potuto correre più di un rischio di affossamento a palazzo Madama. Dove la maggioranza non può contare su un margine di voti di sicurezza come a Montecitorio. La norma pro-presidenti di provincia, per esempio, è, a detta di tutti, il dazio che il governo Renzi ha dovuto pagare per conquistare i voti di Forza Italia (da sempre molto sensibile al tema) e salvare lo svuotamento delle province dall’ennesimo fallimento. L’effetto pratico degli emendamenti sarà quello di lasciare in carica tutti i presidenti di provincia delle città metropolitane che, diversamente, avrebbero dovuto lasciare l’incarico a maggio. Da Guido Podestà (Milano) ad Antonio Saitta (Torino), da Francesco Schittulli (Bari) ad Andrea Barducci (Firenze), da Francesca Zaccariotto (Venezia) a Beatrice Draghetti (Bologna), tutti resteranno saldi al comando fino al 31 dicembre. Svolgendo funzioni molto simili a quelle di un commissario visto che assumeranno le funzioni della giunta e del consiglio che saranno soppressi. A Genova, Roma e Napoli (dove le province sono già commissariate) le gestioni commissariali proseguiranno fino a fine anno. Per Reggio Calabria, invece, viene prevista una tabella di marcia ad hoc perché il comune, sciolto per infiltrazioni mafiose e attualmente commissariato, andrà al voto solo nel prossimo mese di novembre. E così viene previsto che in riva allo Stretto la città metropolitana non entri in vigore prima del rinnovo degli organi di palazzo San Giorgio. La road map verso le città metropolitane A parte questa eccezione, la road map verso l’istituzione delle città metropolitane, che dovranno vedere la luce il 1° gennaio 2015, sarà la seguente. Sarà il sindaco del comune capoluogo a indire le elezioni per la conferenza statutaria finalizzata a elaborare la proposta di statuto della città metropolitana. La conferenza dovrà terminare i lavori entro il 30 settembre 2014. Entro la stessa data si dovranno tenere le elezioni per il consiglio metropolitano che saranno indette dal sindaco del comune capoluogo. Il 1° gennaio 2015 le città metropolitane dovranno subentrare alle province «in tutti i rapporti attivi e passivi» e ne eserciteranno le funzioni. Il sindaco del comune capoluogo assumerà le funzioni di sindaco metropolitano. Piccoli comuni, grandi consigli Gli emendamenti introdotti al senato sterilizzano i tagli a consigli e giunte introdotti dal dl 138/2011. La manovra di Ferragosto dell’ultimo governo Berlusconi aveva azzerato le giunte nei micro-comuni (sotto i mille abitanti) riducendo a sei il numero dei consiglieri. Oggi la possibilità di nominare assessori scatta solo nella fascia tra 1.000 e 3.000 abitanti, mentre in futuro grazie al ddl Delrio tutti i comuni, anche i più piccoli, fino a 3.000 abitanti potranno avere due assessori e 10 consiglieri. Rispetto all’attuale disciplina (si veda tabella in pagina) il quadro risulta estremamente più semplice perché le fasce demografiche di riferimento si ridurranno da 4 a 2. E la linea di confine sarà costituita dal tetto dei 3.000 abitanti, al di sopra del quale si potranno nominare 12 consiglieri e 4 assessori. L’obiettivo di Delrio è di far entrare in vigore le nuove regole in tempo utile per le prossime elezioni del 25 maggio. Ma per raggiungere lo scopo, il ddl dovrebbe essere varato definitivamente entro la metà del mese di aprile. Un compito non facile (visto che dopo il sì del senato, atteso per domani, il testo dovrà tornare alla camera) ma «da centrare assolutamente perché sarebbe illogico mandare al voto 4.000 comuni, di cui 3.600 con meno di 10.000 abitanti, facendo eleggere ai mini-enti organi dimezzati», osserva Mauro Guerra, coordinatore Anci piccoli comuni. «Le modifiche introdotte al senato», prosegue, «restituiscono dignità agli organi dei comuni minori. Sarebbe bene non buttare via questa occasione».

Fonte: Italia Oggi

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