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Pa: Nicolosi (Cgil), rinnovare il contratto e rispondere ai precari

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La sola volontà del ministro non basta. Per rinnovare i contratti dei pubblici dipendenti sono necessari 7 miliardi nel triennio. Per discuterne – e parlare anche delle parti normative – bisognerà passare da Palazzo Chigi. Intervistato ieri (6 giugno) da RadioArticolo1 durante la trasmissione Italia Parla (scarica il podcast) sul tema del lavoro pubblico, il segretario nazionale Cgil Nicola Nicolosi ha sintetizzato in questo modo le parole pronunciate del ministro D’Alia sul contratto dei pubblici dipendenti nell’incontro con le organizzazioni sindacali svoltosi martedì 4 giugno a Palazzo Vidoni. Parole alle quali i sindacati, ha aggiunto Nicolosi, hanno risposto ricordando che la scelta di allungare i tempi del rinnovo contrattuale equivale a un vero e proprio “patto di ingiustizia redistributiva”, che “non crea nessun presupposto positivo per l’economia del paese, perché allargare la possibilità di spesa di tre milioni e mezzo di lavoratori pubblici vuol dire dare una spinta alla domanda”.

Il ministro, ha proseguito Nicolosi rispondendo alle domande di Emma Berti, ha riconosciuto che nel comparto esistono due emergenze: la precarietà e lo stato di salute degli enti che vivono una situazione di dissesto economico, di Comuni – ad esempio quello di Alessandria – che potrebbero ritrovarsi a licenziare i propri dipendenti. Questioni per le quali discutere con una sola controparte non basta. Il tavolo di martedì era monco, infatti: mancavano Regioni, Comuni e Province. “Ed è chiaro che quando ci si presenta una sola delle controparti pubbliche e non tutte, per noi è sempre un problema. Il grosso dei pubblici dipendenti è negli Enti locali, nelle regioni e nelle province, nella gestione della sanità. Non nei ministeri dove, bene che vada, i dipendenti sono centodiecimila mentre la parte restante è molto più ampia”.


Ma cosa significherebbe una nuova proroga del blocco della contrattazione? “Oggi – ha risposto Nicolosi – siamo di fronte a una perdita tra il 2010 e il 2014 di circa 260 euro mensili. Quindi una perdita complessiva, in termini di massa salariale, intorno a 4.100 euro. Il che significa un contributo di oltre dieci miliardi ai conti dello Stato da parte dei lavoratori pubblici”. Il risultato di una scelta sbagliata, che si aggraverebbe ulteriormente se fosse vera l’ipotesi di uno sblocco solo ne il 2015 – cioè di un rinnovo a dieci anni dalla firma dell’ultimo contratto –. 
L’esatto contrario di quella pubblica amministrazione moderna ed efficiente di cui il paese e la sua ripresa hanno bisogno.

Un tema, questo, che rimanda al problema della riorganizzazione della Pa, alla luce anche delle riforme istituzionali in cantiere – una delle questioni affrontate poi dal ministro nell’audizione alla Camera del 5 giugno e riassunta con una parola: semplificazione –. “Abbiamo detto in maniera molto chiara che ci sono emergenze che sono determinate dai processi di riforma istituzionale – ricorda al riguardo Nicolosi –: la questione delle Province, per fare un esempio, in cui si parla di circa 60mila lavoratori interessati; l’accorpamento dei comuni più piccoli; la riorganizzazione dello Stato nel territorio (vedi la riforma delle prefetture, ad esempio). Se dovessimo fare tutto questo a legislazione vigente rischieremmo sul serio il malfunzionamento della pubblica amministrazione”. “Il processo di riforma della Pa ha bisogno di essere realizzato con i soggetti che poi la debbono applicare – ha proseguito il dirigente Cgil –. Quindi il rapporto con le organizzazioni dei lavoratori è necessario”. Quel che sembra di capire, invece, è che al di là di qualche sporadico incontro si ipotizzi l’esatto contrario.

“L’abbiamo visto anche sulla spending review – ha continuato Nicolosi –. Hanno fatto la norma dopo che era stato siglato l’accordo del maggio 2012. Ma bisogna uscire dalla propaganda: perché i lavoratori pubblici, tre milioni e mezzo di lavoratori pubblici, hanno bisogno di nterlocutori certi, affidabili. Tanto più che noi stiamo parlando di una Pa che sempre più vive e organizza il proprio lavoro con i precari. Ora, non è ammissibile che circa 250mila lavoratori pubblici garantiscono il funzionamento della Pa. Abbiamo bisogno di dare una svolta alla politica sulla precarietà e per fare questo c’è bisogno di riformare, ristabilendo regole certe in tema di reclutamento. Negli ultimi anni i lavoratori pubblici sono stati ridotti di 150mila unità. Poi si parla di spending review e ci si dice che ci sono 7mila esuberi, definito ‘inesorabili’, e questo mentre ci sono 250mila precari. Ma di cosa stiamo parlando? Ma ci stiamo prendendo in giro?”.

Quando si parla degli esuberi bisogna prima fare un conteggio dei pubblici dipendenti: tutti, i dipendenti stabili più i precari. “È questo l’organico – ha detto ancora Nicolosi –. Dopodiché gli esuberi si fanno sull’insieme. Invece qui si fa una partita doppia: si escludono 250mila precari, si prendono gli altri e si dice che ci sono 7mila inesorabili esuberi. Ma a che gioco stiamo giocando? Noi invece siamo convinti che i numeri dei dipendenti pubblici debbano essere fatti mettendo assieme sia i lavoratori a tempo indeterminato sia i lavoratori precari. Ci renderemmo conto tutti, a questo punto, che i 7mila esuberi non ci sono più”.

Altri appuntamenti, adesso? “No – ha risposto il dirigente Cgil –. Ci siamo lasciati con la volontà di continuare gli incontri, il ministro ci ha fatto sapere che nell’arco dei prossimi dieci giorni ci sarà un’altra convocazione. Noi siamo pronti a lavorare tutti i santi giorni, sabati e domeniche compresi, per dare una risposta che possa aiutare i nostri 250mila precari della pubblica amministrazione. Anche perché la proroga riguarda solo i tempi determinati, circa 110mila unità”. Intanto sarebbe giusto “bloccare le consulenze professionali, molto costose e che aumentano sempre di più perché ne fa sempre un uso spropositato”.

“Su tutti questi temi  – è la conclusione – chiediamo di riprendere l’accordo del maggio scorso, di aggiornarlo e migliorarlo, per arrivare a un nuovo impegno politico che possa essere assunto e fatto proprio dal governo”. E che sia realmente esigibile, al contrario di quanto accaduto finora.

(FONTE: www.rassegna.it)

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