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Pa, corsa contro il tempo per i precari

I contratti precari nella Pubblica amministrazione è l’altra Imu del Governo Letta. Come per l’imposta municipale, il neo-premier ha posto nel suo discorso di insediamento l’obiettivo del «superamento» del precariato negli uffici pubblici, e come per l’Imu i tempi stringono: la proroga dei contratti fatta con l’ultima legge di stabilità scade il 31 luglio, e le regole in vigore non sembrano lasciare spazio a un rinvio ulteriore (il Dlgs 368/2001 fissa il principio della «proroga unica»), anche perché si supererebbe il limite dei 36 mesi. Per evitare un’uscita di massa, insomma, sembra indispensabile una legge. In fretta. Secondo l’ultimo censimento dell’Aran, l’agenzia nazionale che si occupa del pubblico impiego, i contratti «flessibili» nella pubblica amministrazione sono 317mila. Circa 203mila, però, sono i supplenti che lavorano in scuole, accademie e conservatori, per cui i precari “classici” della Pubblica amministrazione sono intorno ai 114mila. In gran parte (il 76%) sono titolari di contratti a tempo determinato, ma non mancano 18mila lavoratori socialmente utili, poco meno di 10mila contratti di somministrazione e una sparuta rappresentanza di rapporti di formazione e lavoro. Scuola e università a parte, sono gli enti locali ad arruolare la maggioranza dei lavoratori flessibili, con circa 60mila contratti concentrati soprattutto nei servizi assistenziali ed educativi. Una quota di lavoro flessibile, comunque, è presente in tutte le Pubbliche amministrazioni, compresi settori piccoli come quello delle Autorità indipendenti (1.600 persone in tutto, precarie in quasi il 10% dei casi), e qualche decina di contratti flessibili è presente persino nelle stanze di Palazzo Chigi. Arrivare al 31 luglio senza aver trovato una soluzione, insomma, significa creare un nuovo problema sociale ma anche creare nuovi buchi nell’attività di tutta la Pubblica amministrazione. La costruzione di un paracadute, in realtà, è stata tentata nei mesi scorsi all’Aran, all’interno di un tavolo con i sindacati per la definizione di un accordo quadro (solo per alcune categorie, però) che tuttavia si è impantanata per le incertezze del terreno e per la distanza di posizione fra le parti. Le chance per una svolta nella trattativa sono ormai ridottissime, anche perché un eventuale uovo di Colombo dovrebbe passare il vaglio della Corte dei conti e il tempo utile per il completamento della procedura sembra esaurito. Soprattutto, ormai, sembra rivolta altrove l’attenzione dei sindacati, che chiedono un intervento del Governo: la prima richiesta, che era stata rivolta anche a Monti, è quella di una proroga al 31 dicembre (il costo oscilla tra i 100 e i 150 milioni a seconda dei calcoli), in modo da avere il tempo anche per trovare una soluzione a regime. Nelle audizioni sul Def, qualche parlamentare ha ragionato sull’ipotesi di intervenire subito con un emendamento al decreto sblocca-pagamenti, ma l’individuazione di una copertura e la ricerca di un’intesa con il Governo sono condizioni indispensabili. Anche perché una semplice proroga per legge non sarebbe sufficiente a chiudere la questione, perché occorre armonizzare la disciplina del pubblico impiego alle regole della legge Fornero e sulla gestione complessiva della flessibilità nella Pa le idee di sindacati e Pubblica amministrazione per ora faticano a convergere. I sindacati, in particolare, chiedono di accompagnare gli attuali precari verso il posto fisso e di rendere possibile solo in casi molto limitati la stipula di nuovi contratti a termine, con una «rigidità in ingresso» che però alle amministrazioni suona indigesta: anche perché c’è da fare i conti con i limiti al turn over e la limatura degli organici secondo le regole disegnate nel luglio scorso con la revisione di spesa, che proprio per Comuni e Province attende ancora di essere applicata con l’individuazione degli enti caratterizzati da organici fuori misura e di conseguenza chiamati a introdurre prepensionamenti e mobilità. In questa cornice, resta da capire che cosa può significare in pratica il «superamento» evocato da Enrico Letta, che anche per l’Imu ha lasciato per ora il campo aperto a più di un’ipotesi.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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