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P.a., adeguare subito gli stipendi

All’indomani della manifestazione nazionale, denominata Stipendio Day, svoltasi a Roma sabato 10 novembre scorso, incontriamo Massimo Battaglia, Segretario generale della Federazione Confsal-Unsa.

Domanda.
Segretario, come è andata la manifestazione?

Risposta.
È andata molto bene, per partecipazione e contenuti politici. Va detto che la manifestazione nazionale del 10 novembre in piazza a Roma è stata il momento culmine di un’iniziativa che ci vede impegnati già dai mesi precedenti.
Per esempio il 22 ottobre abbiamo raccolto in tutte le sedi ministeriali d’Italia più di 40 mila firme di dipendenti pubblici, sia iscritti al nostro sindacato sia ad altri, o anche di non iscritti al sindacato; sono tutti lavoratori che hanno voluto, con la loro firma, denunciare il problema del loro stipendio che non è sufficiente a garantire la sicurezza a se stessi e alla propria famiglia.Questa manifestazione pubblica va letta quindi all’interno di un processo complessivo che abbiamo voluto innescare noi, come organizzazione sindacale, per arrivare allo sblocco del contratto e a concrete politiche di sostegno al reddito da lavoro dipendente.
Mi auguro vivamente che anche altre organizzazioni rappresentative dei lavoratori possano seguirci per poter arrivare tutti insieme a un risultato vitale per milioni di nuclei famigliari molto in difficoltà in questo paese.

D.
Quanto è importante per il sindacato, e specialmente per la gente, riappropriarsi dello spazio pubblico, della piazza?

R.
È fondamentale per poter iniziare un rinnovamento complessivo della nostra società.
Viviamo in un periodo storico che si contraddistingue per la sua crisi culturale e valoriale.
Per fortuna la gente comincia a reagire con indignazione crescente ed esprime voglia di cambiamento.Abbiamo il dovere, come cittadini e lavoratori, di partecipare al cambiamento, di esigerlo attraverso questa partecipazione allo spazio pubblico.
Il sindacato è rappresentanza e deve saper cogliere questa nuova energia che c’è nella società.

D.
Quanto è grave, segretario, la situazione delle famiglie dei dipendenti pubblici oggi in Italia?

R.
Il mondo del lavoro pubblico in realtà è molto articolato.
Ci sono situazioni reddituali che riescono a sostenere l’impatto della crisi in modo agevole.
Queste però sono categorie di nicchia.
La stragrande maggioranza dei dipendenti deve assicurare la sopravvivenza, ripeto la sopravvivenza, del proprio nucleo famigliare con uno stipendio che varia di media dai 1.200 ai 1.400 euro.
Per lanciare l’allarme sulla contrazione dei consumi alimentari sono scese anche le organizzazioni degli agricoltori, colpite proprio dalla limitata capacità di spesa dei consumatori.
Ormai le famiglie sono costrette a centellinare fino all’ultimo cent per tentare, senza garanzia di riuscirci, di far quadrare il bilancio famigliare.
Il 53% dei consumatori di oggi arriva a cambiare negozio alla ricerca del prodotto scontato.
Crescono i gruppi solidali di acquisto per poter risparmiare sui beni necessari.
A settembre vi è stato il crollo del 5,7% della quantità acquistata di cibo e bevande.
Lo diciamo da tempo e lo abbiamo detto alla manifestazione: questa crisi del reddito impatta negativamente su tutta l’economia nazionale e la politica di austerity impedisce a tutti noi di uscire dalla crisi.
È ora che i governanti e gli amministratori pubblici dimostrino quel coraggio che non hanno mai avuto fino a oggi, il che significa che devono tagliare le spese davvero inutili e di casta e sostenere il reddito dei lavoratori medi.

D.
Questa condizione di difficoltà alimenta la sfiducia verso la classe politica, del resto molto compromessa anche a seguito di pesanti scandali relativi all’uso delle risorse pubbliche, giusto?

R.
Certo.
Più del 50% della popolazione oramai è intenzionato o ha la tentazione di non andare a votare.
La classe politica del resto si è sfiduciata da sé, perché ha delegato la guida di questo paese al governo tecnico del presidente Monti, che è anch’esso responsabile di non aver risolto fin qui alcuno dei problemi urgenti delle persone comuni.
Al contrario, il miglioramento di condizione lo hanno avuto le banche e le assicurazioni, mentre ogni misura economica decisa porta con sé ulteriori sacrifici richiesti a quella parte di popolazione che già è in difficoltà.
Ciò genera, come poco prima accennato, al rischio di paralisi economica, poiché tra poco non si potrà chiedere alla gente di pagare le tasse e di rinunciare a mangiare per pagarle.
Le scelte del governo sta portando il sistema paese ad avvitarsi su se stesso, senza avere la capacità o la possibilità di riemergere.
Lo status di quinta economia mondiale dell’Italia appare un lontano ricordo.
Ma, lo ripeto, se questa è la situazione che viviamo, la responsabilità è dei politici.
Se poi sommiamo alla loro incapacità di costruire il benessere di oggi e quello di domani dei nostri figli, anche l’utilizzo perverso e immorale dei fondi pubblici, si capisce l’ondata travolgente di antipolitica che monta nel paese.
In questa cornice, secondo me, il sindacato ha il dovere storico di canalizzare queste energie di contestazione all’interno di un processo tanto democratico quanto duro verso la classe politica, al fine di ottenere risposte sia come cittadini che come lavoratori.
Il sindacato è, e rimane, uno dei grandi soggetti politici e di aggregazione della nostra comunità e ripeto che ci sarebbe bisogno di una crescente partecipazione sindacale da parte dei lavoratori al fine di essere protagonisti in questa fase di cambiamento.

D.
Quali sono le altre priorità della Confsal-Unsa in questo momento politico sindacale?

R.
Oltre alla questione del reddito abbiamo altre urgenze.
In primis, c’è sicuramente la questione della spending review: il nostro impegno è gestire questo processo in modo che esso sia totalmente indolore per il personale. E la cosa non è scontata, visto che in ballo ci sono delle previsione normative che disegnano un quadro fosco per il dipendente pubblico.
Mi riferisco alla dichiarazione di esubero di personale, alla conseguente mobilità che ne potrebbe scaturire, e al collocamento in cassa integrazione di quei lavoratori ministeriali il cui inserimento in altra amministrazione non risulterebbe possibile.
Proprio oggi su questi argomenti c’è la riunione in Funzione pubblica con il ministro Patroni Griffi.
Purtroppo la convocazione ha già un limite, poiché il ministro sembra volersi limitare a dare un’informativa sui numeri degli esuberi.
Ancora una volta devo constatare un modo di agire piuttosto scontato del nostro ministro.
Abbiamo capito da mesi che a parole promette incontri con i lavoratori, ma poi presenta documenti che impone e non discute.
Anzi, anche quando firma dei documenti che dovrebbe rispettare, poi non li attua.
La nostra scelta di scendere in piazza il 10 novembre scorso, facendo seguito anche allo sciopero generale del pubblico impiego del 28 settembre, è anche un segnale politico dei lavoratori verso i comportamenti fintamente concertativi del governo.
Molte organizzazioni sindacali lo hanno capito, a dire la verità, e hanno irrigidito le proprie posizioni.
Ma rimane sempre qualcuno che fa finta di niente e crede che ci siano spazi di dialogo.
Noi della Confsal-Unsa non siamo più disposti a credere a parole che poi non hanno attuazione pratica, specie quando vediamo, e lo voglio ripetere con forza, che anche gli accordi sottoscritti da un ministro del governo come quello del 3 maggio 2012 non vengono neanche attuati.

D.
Qual è il ruolo del sindacato e cosa il sindacato si propone per il futuro?

R.
Il sindacato vive la stessa situazione difficile del lavoratore medio. Sia l’uno sia l’altro sono stati spinti con le spalle al muro dalla classe politica.
Sia questo governo, come poco primo ho ribadito, sia quello precedente che ha potuto agire con una grande maggioranza parlamentare, hanno fatto sprofondare il lavoratore medio nell’indigenza attraverso misure economiche pesantissime, costruite per salvare la grande finanza che ha speculato in questi anni e le casse pubbliche depredate da tutte le forze politiche a ogni grado di amministrazione della cosa pubblica. Ma questi governo hanno anche privato il lavoratore medio della propria rappresentanza sociale, intaccando proprio il ruolo di mediatore di istanze che ha il sindacato.
Quando saltano le cinghie di trasmissione in una comunità le cose non possono fare altro che peggiorare.
La politica si è sempre più autoesclusa dai processi democratici e continua a operare con i diktat dei decreti legge.
Se la gente è stata totalmente dimentica e abbandonata dalla politica, così non deve succedere da parte del sindacato.
Questa basilare forma di associazione che è il sindacato può, a mio avviso, interpretare e veicolare la voglia di cambiamento dei cittadini.
Ed è per questo che il sindacato deve stare quanto più possibile vicino ai lavoratori, sui luoghi di lavoro e nelle città.
Secondo questa impostazione, proprio nella manifestazione del 10 novembre, ho detto pubblicamente che se è vero che tanta gente era arrivata in piazza a Roma per chiedere lo sblocco dello stipendio, prossimamente succederà il contrario, cioè che sarà il sindacato ad andare città per città a chiedere il miglioramento delle condizioni dei lavoratori con manifestazioni davanti alle prefetture.

Fonte: Italia Oggi

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