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Non è una burocrazia per giovani

I luoghi comuni sulla pubblica amministrazione sono veri a metà.
Non è esatto dire, per esempio, che i dipendenti pubblici sono tanti e costano troppo, mentre trova riscontro il fatto che sono soprattutto anziani, mal distribuiti sul territorio e poco qualificati.
È quanto emerge da una ricerca di Forum Pa che verrà presentata nel corso della tre giorni di lavori romana dedicata all’universo pubblico.
Che i dipendenti pubblici non siano poi così numerosi lo si evince anche dal rapporto con Paesi similari al nostro, come la Francia e la Gran Bretagna, dove a essere impiegati nella Pa sono, rispettivamente, il 20 e il 19% del totale degli occupati, contro quasi il 15% della realtà nostrana.
E anche se si allarga lo sguardo ai Paesi Ocse, il numero dei dipendenti pubblici italiani – sempre riferito al totale della forza lavoro – occupa comunque posizioni intermedie.
Così come è per i costi del personale pubblico in rapporto al Pil: qui da noi è del 10,8%, poco sopra la media europea (10,6%, che è anche il valore riscontrato nel Regno Unito), lontano dalla performance tedesca (8,1%), ma al di sotto della quota francese (13,3%).
Le similitudini con gli altri Paesi finiscono però qui.
Per il resto, la fotografia del pubblico impiego italiano delinea una situazione quale la si sperimenta quotidianamente: ovvero, quella di una burocrazia poco efficiente.
I motivi sono diversi.
Intanto, la distribuzione territoriale dei dipendenti pubblici: si va dai 91 addetti ogni mille abitanti presenti in Valle d’Aosta ai 41 della Lombardia.
La situazione non cambia se il rapporto lo si fa con il totale degli occupati: il risultato è che in Calabria si hanno 127 dipendenti pubblici ogni mille occupati e in Lombardia 59.
A questo elemento si deve aggiungere il fattore età: i lavoratori pubblici italiani al di sotto dei 35 anni sono sono solo il 10,3%, contro il 28% della Francia e il 25% della Gran Bretagna.
Il rapporto si inverte se si guarda alla fascia d’età degli ultracinquantenni: da noi rappresentano il 44%, contro il 29% della Francia e il 30,7% del Regno Unito.
Questo significa che in Italia c’è poca propensione al cambiamento (e l’innalzamento dell’età pensionabile aggrava la situazione, poiché penalizza il turnover) e anche i costi ne risentono, perché i dipendenti anziani tendono – per automatismi di carriera – a posizionarsi verso le fasce medio-alte delle qualifiche, però con minimi ritorni in termini di produttività e di responsabilità.
E questo anche perché non si investe adeguatamente nella formazione del personale.
In pratica, la nostra è una pubblica amministrazione di dirigenti, perché mentre il numero dei dipendenti si è ridotto, quello delle posizioni di vertice ha continuato ad aumentare, così che ora si può contare un dirigente ogni 11,5 addetti, mentre in Francia il rapporto è di uno a 33.
Ed è sempre il discorso dei costi del personale a soffrirne, perché se già la retribuzione media annua lorda del settore pubblico è mediamente più alta che nel privato – nel 2011 quasi 35mila euro contro 23mila; così, seppure con un divario ridotto (36mila euro contro 33mila), è pure in Francia, mentre in Gran Bretagna vince il privato (38mila euro contro i 34mila del pubblico) – le retribuzioni degli incarichi apicali prendono a lievitare, fino ai 259mila euro annui lordi dei dirigenti di prima fascia nelle agenzie fiscali.
Non va meglio neanche per quanto riguarda le quote rosa: le donne che lavorano nel pubblico sono più degli uomini (55%), ma in Francia raggiungono il 61% e nel Regno Unito il 65 per cento.
Non solo: i dirigenti donna sono molto pochi (questo anche negli altri Paesi).
Per esempio, dei 254 direttori generali delle aziende sanitarie, nell’89% dei casi sono uomini.
Qual è la ricetta per cambiare passo? Secondo Carlo Mochi Sismondi, curatore della ricerca, bisogna ripensare il perimetro dell’azione pubblica.
«Il motto deve essere: fare meno, ma farlo meglio, immettendo giovani formati alle professionalità che ora servono alla Pa (project manager, negoziatori, operatori di rete, economisti e sociologi dell’innovazione, ingegneri), favorendo l’uscita di chi non vuole o non sa adattarsi al cambiamento, responsabilizzando la dirigenza, che deve essere pensata come “tutta precaria”, non perché soggetta alla mano rapace della politica, ma perché deve rispondere alla legge dei risultati».

Fonte: Il Sole 24 Ore

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