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Niente sacrifici per gli statali la riforma vale solo per i privati

Il governo cambia registro: dopo i sacrifici arriva la festa. Peccato però che alla festa siano stati invitati proprio quelli per i quali i sacrifici non erano mai cominciati. Infatti i regali iniziano, guarda un po’ che strano, proprio dalla più grande ed intoccabile casta del Paese: quella dei dipendenti pubblici. Il ministro Filippo Patroni Griffi (casualmente, dipendente pubblico) ha messo a punto un’intesa con sindacati ed enti locali dove, come per magia, spariscono tutti i punti più controversi della riforma Fornero e che saranno applicati ai lavoratori privati (quelli di serie B) per essere sostituiti da un mondo di accordo e armonia. In questa nuova Arcadia, pagata dai cittadini, l’articolo 18 rimane in piedi, più saldo che mai, dato che non sarà previsto alcun indennizzo per i licenziamenti ma solo il reintegro, le mobilità verranno «gestite in ogni fase con i sindacati» e l’abbozzo di premialità, tentativamente accennato nella sua riforma da Brunetta, viene smantellato dal suo ex collaboratore in favore di bizantinismi quali la «performance organizzativa» che, si può scommettere, preluderà al ben noto «più premi per tutti» senza bisogno di farlo diventare uno slogan elettorale. Tutto questo mentre il governo ci prende allegramente in giro ingaggiando nuovi tecnici e domandando ai cittadini di fare il lavoro al loro posto segnalando gli sprechi con un indirizzo tipo «S.o.s. Gabibbo» per trovare chissà come e chissà dove solo cinque miliardi di spesa da tagliare. Adesso basta, la misura sta cominciando a diventare più che colma. Mentre i cittadini hanno la bava alla bocca contro i politici e contro Equitalia, occorre ricordare che se anche portassimo a zero la paga di deputati e senatori il bilancio dello Stato rimarrebbe immutato mentre Equitalia sostanzialmente esegue degli ordini. Valutiamo, invece, cosa «pesa» il pubblico impiego e cosa comporta la supertutela di cui essi godono e che, non si capisce seguendo quale principio o logica, si sta pensando di rafforzare ancora. Premessa necessaria: quando si ragiona su grandi numeri necessariamente si parla di medie, dove finiscono nello stesso calderone sia il carabiniere che rischia la vita combattendo la mafia per pochi soldi che l’impiegato assenteista o il dirigente strapagato che bada solo alle sue consulenze. Però i numeri sono numeri e da quelli non si può prescindere: il costo del pubblico impiego «diretto» (non consideriamo il parastato) è la bellezza di 177 miliardi all’anno. La retribuzione lorda media di un pubblico dipendente è di circa 35mila euro a fronte di 26mila per il settore privato. Quindi i dipendenti privati sono meno pagati, meno tutelati, più precari e rischiano il posto se l’azienda fallisce (e ne stanno fallendo tante). L’obiezione del dipendente pubblico a questo punto di solito è: «Ma io ho vinto il concorso». Certo, ma non bisogna confondere un concorso con una lotteria pagata dai contribuenti. Se per un posto statale si presentano in diecimila, tutti qualificati, evidentemente quel posto è troppo pagato, troppo tutelato o tutti e due, il contrario se non si presenta nessuno. Non voler riconoscere la natura di privilegio di certi impieghi (senza contare i benefit passati, vedi le baby pensioni) e anzi, rafforzarne la disuguaglianza, è mistificazione. Vogliamo ridurre la spesa senza bisogno del numero verde antisprechi? Se, per grossolana ipotesi, tagliassimo le retribuzioni pubbliche per riportarle in linea con l’impiego privato spenderemmo 37 miliardi strutturali in meno all’anno, mentre se portassimo in tutte le regioni il numero di dipendenti statali per 1.000 abitanti in linea con quanto accade in Lombardia (intesa come riferimento virtuoso) taglieremmo altri 25 miliardi. Un tesoro di 62 miliardi che consentirebbe di ridurre davvero le tasse e da cui attingere una cospicua cifra per premiare davvero gli statali che meritano, dalla brava maestra, al poliziotto eroico, al medico esemplare, il cui lavoro è però offuscato dal privilegio per tutti, con benedizione sindacale e tecnica. Twitter: @borghi_claudio

Il divario

35mila

È il compenso medio annuo del dipendente nel settore pubblico contro i 26mila dell’impiegato nel settore privato

177

Il costo in miliardi di euro all’anno del pubblico impiego «diretto», cioè senza considerare il cosiddetto parastato

35%

L’aumento medio delle retribuzioni pubbliche nell’ultimo decennio, a fronte di un incremento del 20% in quello privato

Fonte: Il Giornale

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