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Ma ora scoppia la mina dello stop ai contratti pubblici

Non ci sono soldi.
«Nostro malgrado non potremmo rinnovare i contratti del pubblico impiego, il blocco previsto dal decreto Monti fino al 2014, purtroppo resta».
Le parole del ministro Gianpiero D’Alia sono una secchiata d’acqua sulle aspettative dei dipendenti pubblici che hanno contratti e retribuzioni bloccate dal 2010.
Un mina pronta ad esplodere, visto che i sindacati hanno intensificato il pressing per arginare una perdita di potere d’acquisto valutata dalla Cgil in 200 euro al mese in quattro anni, se nel computo si calcola anche il prolungamento dello stop contrattuale al prossimo anno.
Ma proprio per disinnescare l’esplosione, si sta cercando di trovare un percorso lungo il quale governo e sindacati possano trovare il varco per riorganizzare il sistema, reperire risorse e interrompere l’anomalia di un settore di 3,3 milioni di dipendenti «congelato» dall’emergenza.
La prossima settimana, o al più tardi la successiva, D’Alia è infatti deciso a convocare a breve i sindacati per aprire un tavolo a tutto tondo: la prossima settimana o al più tardi quella successiva.
Lo ha sottolineato proprio ieri: con la proroga dei contratti a termine, «superiamo la fase dell’emergenza ed entriamo in quella della programmazione, attraverso un confronto con i rappresentanti di sindacati, ministeri, Regioni ed Enti locali che permetta di trovare una soluzione efficiente e definitiva al precariato nella Pubblica Amministrazione».
E che sia «funzionale alla riorganizzazione dei ministeri prevista nella spending review».
«Sarà l’occasione – afferma il segretario generale della Cisl Funzione pubblica, Giovanni Faverin – per parlare di come reperire le risorse, anche di dove andare a tagliare, per riorganizzare tutto il settore.
La questione vera è di diminuire gli enti: le Province ma anche i 1.300 enti strumentali delle Regioni, eliminare la ridondanza dei posti di comando.
Così si migliora l’efficienza, si razionalizza il sistema e si trovano i soldi per i contratti.
Lo sappiamo che le risorse nella legge di Stabilità non ci sono – conclude Favarin – ma non è la prima volta.
E siamo abituati a rinnovi che arrivano anche 24 mesi dopo la scadenza.
L’importante è avviare il tavolo e da lì costruire un percorso».
La via dunque sembrerebbe abbozzata: cercare un exit strategy virtuosa e graduale.
Ma non è così semplice.
Il decreto Monti sul blocco dei contratti ha già ottenuto un sostanziale via libera dal Consiglio di Stato (con precisazioni), martedì il Senato vota e giovedì la camera.
E bisognerà verificare la tenuta della maggioranza.
I tempi per chiudere prima dell’estateci sono, ma se il Pd si impunta tutto potrebbe tornare in discussione.
Rinnovare i contratti costerebbe 7-8 miliardi nel triennio: per reperirli occorrerà un lavoro strutturale .

Fonte: Il Messaggero

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