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Licenziamenti, tremano anche gli statali

Più che un annuncio, una smagliatura che ha rivelato la confusione nel governo sulla strada da prendere sul pubblico impiego.
Le nuove regole per la «flessibilità in uscita», alias modifiche all’articolo 18 che renderanno più facili i licenziamenti, saranno in qualche modo allargate agli statali.
La notizia, proveniente dal ministero della Funzione pubblica, è uscita ieri mattina ed è stata seguita da una serie di smentite, in principio di fonte sindacale.
Prima Luigi Angeletti: «Nella pubblica amministrazione – ha spiegato il leader della Uil – tutto viene regolato per legge: i salari, i regolamenti, la disciplina».
Quindi, semmai servirebbero nuove leggi.
Poi il leader Cisl Raffaele Bonanni: «All’inizio del confronto – ha rivelato – la Fornero ci ha detto che il pubblico impiego non era coinvolto».
E anche Susanna Camusso, segretario generale della Cgil: «La riforma non potrà essere applicata al pubblico impiego».
Poco dopo è arriva la precisazione dello stesso ministero della Funzione pubblica guidato da Filippo Patroni Griffi: «Solo all’esito della definizione del testo che riguarda la riforma del mercato del lavoro si potranno prendere in considerazione gli effetti che essa potrebbe avere sul settore pubblico».
Se ci saranno effetti, cioè se la riforma toccherà anche le norme che regolano il pubblico impiego, il governo «valuterà se ricorra l’esigenza di norme che tengano conto delle peculiarità del lavoro pubblico».
Poi in serata l’ennesima marcia indietro del governo.
«Le modifiche all’articolo 18 contenute nella riforma del mercato del lavoro non riguarderanno gli statali», fanno sapere dal ministero del Lavoro precisando che «non a caso al tavolo non partecipa il ministro della Funzione Pubblica, Patroni Griffi».
In sostanza, la partita è rinviata, anche perché sul lavoro pubblico c’è un tavolo che ha titolo a intervenire, a differenza di quello di martedì, dove lo Stato aveva il ruolo di regolatore e non di datore di lavoro.
Partita delicatissima perché il pubblico impiego è geloso della propria autonomia (e dei privilegi).
E se in mattinata era difficile che questa volta gli statali rimanessero immuni dalle nuove norme, ora la «rivoluzione» sembra ancora una volta rimandata, nonostante resti l’invito pressante delle istituzioni internazionali a superare i dualismi del mercato del lavoro italiano.
E tra i tanti, c’è anche quello tra lavoro pubblico e quello privato.
Per quanto riguarda la riforma, ancora non c’è un testo ufficiale del governo.
Le quattro pagine mostrate dal ministro del Lavoro Elsa Fornero alle parti sono una sintesi della filosofia che animerà il provvedimento (probabilmente un decreto legislativo) che sarà reso noto oggi all’ultimo vertice tra Fornero e le parti sociali.
I tecnici del dicastero ieri hanno lavorato a tutto il testo, ma non all’articolo 18 che, come ha precisato martedì Monti, è un capitolo chiuso.
I nodi da sciogliere riguardano per il momento gli ammortizzatori sociali.
Saranno universali, ha annunciato il governo.
E questo significa che – nonostante le pressioni delle piccole aziende di Rete imprese – riguarderanno anche artigiani, commercianti e professionisti.
Allo studio ieri erano forme di flessibilità, per riconoscere le specificità di ogni settore.
In sostanza si cerca di studiare ammortizzatori ad hoc .
E anche contribuzioni diverse a seconda del grado di utilizzo dei sussidi.
Aggiustamenti in vista anche sui contratti a termine.
La rigidità nei contratti atipici è uno dei punti critici.
Il governo non vuole rinunciare, ma è disposto a dare qualcosa in cambio alle imprese.
Potrebbero, ad esempio, scomparire le causali dei contratti a termine, che sono previste anche dalla normativa attuale.
Per contro, potrebbe essere ridotta la durata massima rispetto agli attuali 36 mesi.
A considerare chiusa la partita per l’articolo 18 è solo il governo.
Nemmeno i sindacati che martedì hanno dato un via libera di massima al piano Fornero escludono modifiche, che potrebbero arrivare in Parlamento (quasi inevitabile spiegavano ieri – viste le fibrillazioni nella maggioranza).
Ma quelle che possono realisticamente entrare nel testo sono marginali.
Ad esempio, nel caso di licenziamenti economici, per i quali è previsto solo l’indennizzo, i sindacati chiedono una procedura che coinvolga le Rsu, cioè le rappresentanze sindacali delle aziende.
Sui licenziamenti economici, i sindacati vorrebbero anche che si lasciasse qualche possibilità al reintegro.
E questa è anche l’obiettivo di parte del Pd.
L’ultima trincea prima che il vecchio articolo 18 dello Statuto sia definitivamente archiviato.

I numeri

3.253.097

Secondo l’ultima rilevazione della ragioneria generale dello Stato, aggiornata al dicembre 2010, il totale degli impiegati pubblici a tempo indeterminato è di oltre 3,2 milioni.
Le donne sono 1,8 milioni

9.867

Sono gli enti statali esistenti in Italia che danno lavoro a oltre 3 milioni di persone: il settore più numeroso è quello legato alle Regioni e alle autonomie locali che conta ben 8.517 enti, l’86,3 per cento del totale

34.652

Il reddito medio dei dipendenti pubblici è di poco superiore ai 34mila euro lordi all’anno.
Il comparto più «ricco» è quello della magistratura, dove la media dei redditi lordi annui è di 132mila euro

7,8

I milioni di lavoratori interessati dal vecchio articolo 18, occupati però appena nel 3,8 per cento delle imprese.
Quelle cioè al di sopra dei 15 dipendenti.
La riforma però estende la norma a tutte le aziende

Fonte: Il Giornale

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