Questo articolo è stato letto 0 volte

Le società partecipate, un tabù

È ancora incerta la presenza del tema «società partecipate» nel blocco dei (corposi, si prevede) decreti-legge (e probabilmente pure disegni di legge) che approderanno in Consiglio dei ministri venerdì prossimo, ma soprattutto che da quella seduta usciranno. Indipendentemente dai tempi, però, sembra ormai certo che il governo intenda affrontare la questione. E farà bene, tenendo presente che più liberalizzerà, più privatizzerà, più allontanerà gli enti locali, meglio agirà. I numeri diffusi dal commissario straordinario per la spending review, Carlo Cottarelli, e prima ancora dalla Corte dei conti, hanno richiamato l’attenzione. Non poteva esser diversamente. 1.213 società sono scatole vuote, con amministratori, ma senza impiegati. 50 gruppi in mano allo Stato, con 526 società di secondo livello. A regioni, province (sempre vive: per ora l’unica novità consiste nell’aver sottratto l’elezione degli organi agli elettori) e comuni apparterrebbero 5.828 società, più altri 2.214 organismi di varia natura, ossia consorzi, enti e agenzie, che porterebbero il totale a oltre 8.000. Il condizionale è usato quasi forzatamente, specie se ci riferisce alle società di secondo livello. Secondo la magistratura contabile, i comuni deterrebbero azioni di oltre 33mila società. Disboscare questa ingens silva societaria è opera eccellente. Significherà tagliare i costi della politica e, più in generale, i costi dell’apparato pubblico. Significherà moralizzare, perché verrebbe meno la possibilità di usare migliaia di società per sistemare amici e amici degli amici, sia come amministratori, sia come dirigenti, sia come personale dipendente, sia come consulenti. Significherà immettere nel mercato vasti settori di attività, sottraendoli a situazioni monopolistiche di fatto. Certo, l’ideale sarebbe inibire la partecipazione azionaria degli enti locali in qualsiasi maniera, almeno nei limiti consentiti dall’infausto esito del referendum cosiddetto «sull’acqua pubblica» (che tale non era, ma la parola d’ordine fu abilmente lanciata e consentì la vittoria agli statalisti). La piovra, tuttavia, è così tentacolare che perfino l’uso delle forbici in luogo dell’ascia sarebbe da lodarsi. Si vedrà presto se i potentissimi gruppi di pressione che assommano le regioni e gli enti locali saranno riusciti a frenare o addirittura paralizzare Matteo Renzi, che mai come in questa circostanza dovrebbe appellarsi alla sua dichiarata natura di rottamatore. Non va taciuto che queste lobby già sperano di potere ottenere lo slittamento della specifica manovra alla legge di stabilità.

Fonte: Italia Oggi

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>