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Gli statali Due anni di “mobilità” per gli over 60 il governo rispolvera la riforma Brunetta

Le misure del governo
Il timore è che la spending review si trasformi in un’operazione di tagli alla cieca nel comparto pubblico.
Il rischio è che usare la mobilità prevista dalla legge Brunetta per gli statali (due anni all’80% dello stipendio, a conti fatti solo al 50-60%, poi ricollocamento in altri comparti o licenziamento) generi un altro bacino di “esodati” non concordati: troppo giovani per la pensione e senza reddito.
La preoccupazione dei sindacati, per ora estromessi dal confronto, sale.
Mentre la riunione tecnica della “troika” governativa di ieri (tecnici di Ragioneria, Funzione pubblica, commissari) non ha sciolto i nodi sul tavolo.
Il primo dei quali è come ricavare 5 miliardi di risparmi per il decreto atteso entro giugno e quanta parte di questi attribuire agli statali.
Una strada è partire dai dirigenti.
Anche se le risorse recuperate potrebbero deludere.
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I dipendenti “anziani”

Un bacino di 240 mila lavoratori che adesso teme per l’assegno

Mettere in moto la legge Brunetta e usare la mobilità all’80% dello stipendio per due anni come strumento di “prepensionamento”.
L’ipotesi fa correre più di un brivido sulla schiena di statali e sindacati.
Il bacino dei lavoratori over 60 è di 240 mila persone, di cui 25 mila nelle amministrazioni centrali (ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici, ricerca).
Pescare in questo bacino è operazione delicatissima.
Il rischio è creare nuovi “esodati”, senza passare neanche da un accordo.
Se difatti non è possibile ricollocare gli statali presso altri enti o strutture, scatta il licenziamento.
Con il traguardo della pensione spostato in là dalle nuove regole, dopo due anni di cassa, molti sarebbero senza busta paga e lontani anni dall’assegno previdenziale.

Il taglio lineare del 5%

Piante organiche già prosciugate Il rischio di sforbiciate alla cieca

La soluzione paventata dal ministro Giarda, il regista della spending review, di un taglio lineare del 5% alle piante organiche ha il difetto di operare alla cieca.
Proprio quanto si voleva evitare, sfoltendo le spese in modo mirato per eliminare gli sprechi.
Se poi il riferimento è alle “piante organiche”, esiste anche un rischio flop.
Molte amministrazioni, per via del blocco del turn over, non hanno rimpiazzato le uscite con assunzioni.
E dunque quel bacino è già “asciugato” e i risparmi attesi contenuti.
Per gli enti in eccedenza (la SuperInps, ad esempio, e altri) il taglio lineare avrebbe un effetto casuale dannoso: uffici depotenziati e altri sovraffollati, per assorbire gli “esuberi”.
Se parliamo poi di organico (e non di pianta), allora le rasoiate sono di fatto licenziamenti.

I dirigenti verso la pensione

Soltanto in mille hanno i requisiti modesto il risparmio per lo Stato

Un’ipotesi è “prepensionare” i soli dirigenti pubblici.
Il nocciolo “duro” dello Stato (ministeri, enti previdenziali e di ricerca, agenzie fiscali) ne conta circa 4 mila.
Ma quelli sopra i 60 anni di età, che potrebbero entrare nel blocco in uscita, in realtà sono appena un migliaio.
Davvero poca roba, in termini di risorse da recuperare.
Il criterio dei 40 anni di lavoro, poi, valutato ieri dai tecnici di Ragioneria e Funzione pubblica, sembra invece incontrare problemi giuridici.
In totale, i dirigenti del pubblico impiego sono circa 230 mila, a prescindere dall’età.
Ma tra questi, 15 mila rispondono agli enti locali, 180 mila sono medici (non tutti “manager”), e poi prefetti, diplomatici, magistrati, forze armate, 6-7 mila nella scuola (settore già spolpato).

Il rapporto capi-funzionari

Ora si punta al modello europeo un “capo” ogni quaranta sottoposti

Un rapporto minimo di un dirigente ogni 40 dipendenti, in linea con quanto avviene nei Paesi europei più virtuosi.
Questo obiettivo, messo in pratica già per le agenzie fiscali con il decreto varato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri, potrebbe essere esteso a tutto il settore pubblico.
Dove esistono sacche di sicura inefficienza, con un rapporto talvolta di uno a 10, persino di uno a 8.
Ma anche realtà ridotte all’osso, in cui la proporzione si situa già sui livelli auspicati dal governo.
Gli “esuberi” dirigenziali, che certo la misura produrebbe, andrebbero poi assorbiti.
Con la mobilità all’80% di stipendio, per chi si trova a due anni dalle pensione.
E per gli altri? Anche per questa misura, il rischio è di raccogliere cifre non esorbitanti.

Le indennità-extra

Bonus cospicui per i responsabili la base rischia decurtazioni record

La parte “accessoria” dello stipendio di un dipendente pubblico pesa dal 10 al 40% della busta paga totale.
Di meno per i dipendenti della scuola, di più per i lavoratori delle agenzie fiscali, sanità ed enti locali.
Pensare di “risparmiare” su questa parte è argomento molto scivoloso che rasenta il taglio degli stipendi.
Succosa per i livelli dirigenziali, per la maggior parte degli statali questa voce è linfa insopprimibile, perché fatta di turni, festività, produttività, risultato.
Va notato, poi, che la mobilità all’80% dello stipendio per due anni (ipotesi al vaglio della task force governativa), per molti si tradurrà nel dimezzamento dello stipendio, proprio perché l’80% si calcola solo sul livello base, e non anche sui parametri “accessori”.

Fonte: La Repubblica

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