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Correlazione tra procedimento disciplinare e condanna penale

Approfondimento di Vincenzo Giannotti

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La gravità delle contestazioni contenute in una sentenza penale di patteggiamento, divenuta definitiva anche a diversi anni di distanza dai fatti, abilita il responsabile dell’Ufficio dei Procedimenti Disciplinari ad attivare e concludere il procedimento disciplinare espulsivo. Queste sono le conclusioni contenute nella sentenza n. 4195/2021 della Cassazione che, dopo aver precisato la correlazione tra procedimento disciplinare e penale, ha confermato la legittimità del licenziamento del dipendente condannato in un giudizio penale per fatti di rilevante entità, anche se commessi al di fuori del suo ufficio.

La vicenda

Un dipendente di una ASL in aspettativa per incarico politico, è stato oggetto di una procedura di licenziamento, attivata dall’Ufficio Procedimenti Disciplinari dell’ente di appartenenza, essendogli stati contestati, a seguito di sentenza di condanna per patteggiamento, alcuni reati di concussione e violenza sessuale consumati durate la sua carica politica. Il Tribunale di primo grado ha annullato la sanzione disciplinare per avere l’ente avuto conoscenza dei fatti nel 2013, a fronte dell’attivazione del procedimento disciplinare avvenuto solo nel 2016, ossia a tre anni di distanza, anche se a seguito della sentenza ottenuta per patteggiamento della pena. Di contrario avviso, circa la tempestività della sanzione, è stata la Corte di appello che ha riformato la sentenza e considerata legittima e proporzionale la sanzione del licenziamento. Infatti, secondo i giudici di secondo grado la perfetta conoscenza dei fatti è avvenuta solo dopo la dettagliata conoscenza della sentenza di patteggiamento, con la conseguenza che l’attivazione del procedimento non avrebbe potuto avvenire solo sulla base delle iniziali informazioni ottenute in sede di rinvio a giudizio, ma in ragione delle dettagliate conclusioni contenute nella sentenza di patteggiamento. Il dipendente ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la tardività della contestazione disciplinare.

La competenza del procedimento disciplinare

I giudici di Piazza Cavour investiti del ricorso, hanno precisato come, nell’ordinamento delle pubbliche amministrazione, il legislatore si sia preoccupato di stabilire la correlazione tra il procedimento disciplinare e il procedimento penale, disposizioni queste non emendabili dai contratti collettivi.
Le disposizioni contenute nel testo unico del pubblico impiego, hanno previsto una diversa competenza tra la sanzione minima di competenza del Settore di appartenenza del dipendente e quella più incisiva di competenza dell’Ufficio Procedimenti Disciplinari. Sulla questione il giudice di legittimità è intervenuto in diverse occasioni giustificando la scelta del legislatore sulla diversa competenza nell’attivazione del procedimento disciplinare, in considerazione della maggiore complessità degli accertamenti, solitamente connessa alla diversa gravità dell’addebito nei confronti del dipendente. In questo caso, è stato stabilito che, se la sanzione prevista sia superiore alla censura, il responsabile della struttura deve trasmettere la notizia all’UPD entro un termine che è considerato ordinatorio, mentre il termine di conclusione del procedimento da parte dell’UPD di 120 giorni dalla notizia disciplinare è considerato perentorio. In altri termini, il compimento, da parte del capo struttura, di attività istruttorie ulteriori rispetto al momento dell’acquisizione della notizia dell’infrazione non comporta la nullità del procedimento e della relativa sanzione, che può ricorrere solo nel caso in cui l’incolpato denunci, con concreto fondamento, l’impossibilità o l’eccessiva difficoltà della sua difesa indotta dal compimento di tale attività istruttoria pre-procedimentale.

La correlazione con il procedimento penale

Precisa la Cassazione come nel pubblico impiego privatizzato, l’art. 55-ter del d.lgs. n. 165 del 2001, inserito dal d.lgs. n. 150 del 2009, ha introdotto la regola generale dell’autonomia del procedimento disciplinare rispetto a quello penale, contemplando la possibilità di sospensione, facoltativa e non obbligatoria, come ipotesi eccezionale, nei casi di illeciti di maggiore gravità, qualora ricorra il requisito della particolare complessità nell’accertamento, restando la P.A. libera di valutare autonomamente gli atti del processo penale e di ritenere che essi forniscano, senza necessità di ulteriori acquisizioni e indagini, elementi sufficienti per la contestazione di illecito disciplinare al proprio dipendente.
Tale facoltà discrezionale attribuita alla PA, fermo il principio della tendenziale autonomia del procedimento disciplinare rispetto a quello penale, può dunque essere esercitata qualora, per la complessità degli accertamenti o per altre cause, la PA non disponga di elementi necessari per la definizione del procedimento, essendo legittimata, peraltro, a riprendere il procedimento disciplinare, senza attendere che quello penale venga definito con sentenza irrevocabile, allorquando ritenga che gli elementi successivamente acquisiti consentano la decisione.
Il venir meno della cosiddetta pregiudiziale penale ha reso necessario regolare per legge il possibile conflitto tra gli esiti dei due procedimenti, pur rimanendo l’Amministrazione libera di valutare autonomamente la rilevanza disciplinare dei fatti accertati. Così, se il procedimento disciplinare, non sospeso, si conclude con l’irrogazione di una sanzione e, successivamente, il procedimento penale viene definito con una sentenza irrevocabile di assoluzione che riconosce che il fatto addebitato al dipendente non sussiste o non costituisce illecito penale o che il dipendente medesimo non lo ha commesso, l’autorità competente, ad istanza di parte da proporsi entro il termine di decadenza di sei mesi dall’irrevocabilità della pronuncia penale, riapre il procedimento disciplinare per modificarne o confermarne l’atto conclusivo in relazione all’esito del giudizio penale. Va, infine, rilevato che l’equiparazione della sentenza applicativa della pena patteggiata alla sentenza di condanna, espressamente prevista a determinati fini già dalla legge 19 marzo 1990, n. 55, opera ora anche ai fini del procedimento disciplinare. Ai fini della decorrenza del termine perentorio previsto per la contestazione dell’addebito dall’art. 55-bis, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001, assume rilievo esclusivamente il momento in cui l’ufficio competente abbia acquisito una “notizia di infrazione” di contenuto tale da consentire allo stesso di dare, in modo corretto, l’avvio al procedimento mediante la contestazione, la quale può essere ritenuta tardiva solo qualora la PA rimanga ingiustificatamente inerte, pur essendo in possesso degli elementi necessari per procedere, sicché il suddetto termine non può decorrere a fronte di una notizia che, per la sua genericità, non consenta la formulazione dell’incolpazione e richieda accertamenti di carattere preliminare volti ad acquisire i dati necessari per circostanziare l’addebito.

La conferma del licenziamento

Una volta precisata la cornice legislativa, la Cassazione ha ritenuto corretta la verifica effettuata dalla Corte di appello. Infatti, ha affermato che nel 2013 l’ASL fosse a conoscenza che vi era un procedimento penale a carico del lavoratore per concussione, tentata concussione e violenza sessuale, tuttavia non conosceva i fatti costitutivi, e dunque prima di avere una conoscenza qualificata degli stessi non poteva che attendere le risultanze della sentenza avvenuta con il citato patteggiamento. D’altra parte, la notizia deve essere tale da consentire di formulare una contestazione specifica e circostanziata e non generica, atteso che quest’ultimo caso si riverbererebbe sul procedimento disciplinare, nonché sul diritto di difesa del lavoratore. In altri termini, per i giudici di appello, una volta acquisiti i contenuti dei documenti, è stato possibile affermare che in precedenza non vi era la possibilità di promuovere il procedimento disciplinare e sospenderlo in attesa della definizione di quello penale, perché assume la Corte territoriale non vi era la conoscenza da parte della ASL di una notizia qualificata di infrazione, e non vi erano pertanto le condizioni per promuovere il procedimento disciplinare, e quindi, eventualmente sospenderlo.
Una volta precisata la tempestività della contestazione, i giudici di appello hanno ritenuto la sanzione disciplinare del licenziamento proporzionale, in quanto i fatti contestati si connotavano di particolare gravità e minavano il rapporto fiduciario anche in considerazione del venir meno dell’affidamento sulla futura corretta esecuzione della prestazione lavorativa da parte del proprio dipendente.
Sulla base delle sopra indicate considerazioni, la sentenza deve essere confermata con rigetto del ricorso del dipendente.

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