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La ripetizione di somme in capo al lavoratore subordinato. Il Decreto Rilancio delinea nelle sue norme l'orientamento della giurisprudenza

R. Salimbeni (17/6/2020)

L’Istituto - Art. 2033 codice civile - “Indebito oggettivo"

Chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di ripetere ciò che ha pagato. Ha inoltre diritto ai frutti e agli interessi dal giorno del pagamento, se chi lo ha ricevuto era in mala fede, oppure, se questi era in buona fede, dal giorno della domanda.”
L'art. 2033 disciplina l’Istituto dell'indebito oggettivo. Sussiste indebito oggettivo ogni volta che non esiste o non è valido il rapporto che col pagamento si intendeva soddisfare. Ciò che manca o viene a mancare, in buona sostanza, è il fondamento giuridico- normalmente un rapporto giuridico- che ha legittimato il pagamento. Solo a titolo di esempio si pensi al caso degli esiti di un contenzioso, quindi, di una sentenza che lo definisce e si pronuncia in termini di insussistenza dell’obbligo di corrispondere una somma, invece erroneamente corrisposta.
Ma le ipotesi in cui la giustificazione del pagamento non sussiste o perché non sussisteva dall'inizio o perché ha cessato di sussistere in seguito, sono tanti e diversi. Si pensi, ancora, al caso in cui il debito è stato estinto per adempimento (art. 1176 c.c.) o con altro mezzo (novazione, compensazione ecc), oppure viene retroattivamente meno il negozio fondamentale sottostante come avviene nelle ipotesi annullamento o risoluzione (rispettivamente artt. 1441 e 1453 c.c.).

La ricorrente casistica della ripetizione dell’indebito all’interno del rapporto di lavoro

Nel tempo sono state tantissimi i giudicati che, a vario titolo, hanno affrontato la questione dell’indebito riferito all’ipotesi di restituzione delle somme corrisposte in eccedenza al lavoratore, i quali pur confermando pienamente l'obbligo di restituzione da parte del percettore, hanno affrontato il tema specifico delle modalità attuative del rimborso, approfondendo la circostanza relativa al se questo rimborso dovesse avvenire al lordo o al netto delle ritenute fiscali e previdenziali. Il TAR Toscana, ad esempio, in una sentenza del 2017- la numero 858- ha evidenziato come il recupero debba avvenire al netto, in considerazione del fatto che operando diversamente si sarebbe imposta  al contribuente  una vessazione fuori da ogni elementare logica. Il contenzioso originava da un ricorso di un pensionato che si era visto recuperare le somme corrisposte indebitamente al lordo delle ritenute IRPEF, in applicazione di alcune risoluzioni dell'Agenzia delle Entrate (risoluzione n. 110 del 29 luglio 2005 risoluzione n. 71/E del 28 febbraio 2008, le quali a loro volta si fondavano sul richiamo conforme dell'articolo 10 del TUIR).
In questo caso i giudici amministrativi avevano sostenuto che costituisse già diritto vivente consolidato nell'esperienza del Consiglio di Stato che l'Amministrazione, nel procedere al recupero delle somme indebitamente erogate ai propri dipendenti, dovesse eseguire il recupero al netto delle ritenute fiscali, previdenziali e assistenziali. In altri termini, l'amministrazione non può, invece, pretendere di ripetere le somme al lordo delle predette ritenute, allorché, come di regola accade, le stesse non siano mai entrate nella sfera patrimoniale del dipendente. Il TAR , pronunciandosi su questa vicenda non ha mancato di richiamare numerose pronunce del Consiglio di Stato ( Consiglio di Stato, sezione II, parere su richiesta straordinaria, n. 991, adunanza 5 aprile 2017; Consiglio di Stato, Sezione IV, 3 novembre 2015 n. 5010; Consiglio di Stato, sezione III, 21 gennaio 2015 n. 198; Consiglio di Stato, sezione IV, 12 febbraio 2015 n. 750; Consiglio di Stato, sezione IV, 20 settembre 2012 n. 5043; Consiglio di Stato, sezione III, 4 luglio 2011 n. 3984 e n. 3982; id., sezione VI, 2 marzo 2009 n. 1164) che, hanno consolidato il sostenuto orientamento  secondo il quale nel rapporto di lavoro subordinato, il datore di lavoro versa al lavoratore la retribuzione al netto delle ritenute fiscali e, quando corrisponde per errore una retribuzione maggiore del dovuto, opera ritenute fiscali erronee per eccesso. In tali casi il medesimo datore di lavoro, salvi i rapporti con il fisco, può ripetere l'indebito nei confronti del lavoratore soltanto nei limiti di quanto effettivamente percepito da quest'ultimo, restando esclusa la possibilità di ripetere importi al lordo di ritenute fiscali mai entrate nella sfera patrimoniale del dipendente.
Si tratta, come detto più sopra, di recuperi di somme spesso erogate per errore da parte della PA che non possono,pero, costringere i dipendenti che hanno ricevuto le somme al netto, ad una restituzione al lordo. L’Amministrazione che ha erroneamente versato potrà, allora, richiedere al lavoratore unicamente le somme che sono effettivamente entrate nella sua disponibilità, disponendo per suo esclusivo conto e per altra via, nel contempo, il recupero di quanto versato in eccedenza al lavoratore a titolo di Irpef e contributi previdenziali attraverso la soluzione fiscale ritenuta più idonea.
Sulla stessa linea altra recentissima sentenza della Cassazione (Cass., sez. Lav., 11 gennaio 2019, n. 517) ha ribadito l’orientamento secondo cui il datore di lavoro non può pretendere dal lavoratore la restituzione di somme retributive indebitamente percepite al lordo delle relative ritenute fiscali, in quanto gli importi corrispondenti a dette ritenute non sono mai entrati nella sfera patrimoniale del dipendente. (così anche, Cassazione Civile, sezione I, 4 settembre 2014, n. 18674; Sezione Lavoro, 2 febbraio 2012, n. 1464; sezione Lavoro, 11 gennaio 2006 n. 239).
Nel caso esaminato dalla Corte, il datore di lavoro aveva ottenuto, invero, decreto ingiuntivo per la restituzione integrale (ovvero al lordo delle ritenute fiscali e contributive) di somme percepite dalla dipendente a titolo retributivo in esecuzione di una sentenza di primo grado successivamente riformata, e quindi a quel punto divenute indebite.
La pronuncia in esame ha ribadito, ancora, che poiché nel rapporto di lavoro subordinato il datore di lavoro versa al lavoratore la retribuzione al netto delle ritenute fiscali, quando corrisponde per errore una retribuzione maggiore del dovuto opera ritenute fiscali erronee per eccesso. In tali casi, ha argomentato la Corte, si può richiedere al lavoratore la restituzione dell’indebito esclusivamente nei limiti di quanto questi abbia effettivamente percepito. Diversamente argomentando qualora si ammettesse, cioè, la possibilità del datore di lavoro di chiedere al lavoratore la restituzione delle somme al lordo di ritenute fiscali mai entrate nella sua disponibilità patrimoniale, si avrebbe un aggravio ingiustificato per il lavoratore medesimo costretto a rifondere più di quanto concretamente ricevuto
Resta fermo, conclude la Corte, che in caso di indebito contributivo, il datore di lavoro che ha effettuato le ritenute, quale responsabile diretto presso l’ente previdenziale anche per la parte a carico del lavoratore, è comunque legittimato a chiederne la restituzione direttamente all’ente previdenziale.

Il Decreto Rilancio conferisce dignità normativa agli indirizzi della giurisprudenza

Il legislatore dell’emergenza, all’interno di un quadro di misure rivolte quasi esclusivamente alla ripartenza economica del paese, ha inserito all’art. 10 del TUIR (d.P.R. n. 917/1986) il comma 2 bis secondo cui le somme indebitamente erogate al lavoratore o al pensionato, se assoggettate a ritenuta, devono essere restituite al sostituto d’imposta al netto della ritenuta operata al momento dell’erogazione e non costituiscono oneri deducibili.
La norma non fa altro che positivizzare l’orientamento risalente della giurisprudenza esaminato sopra, che ha sempre sostenuto l’impossibilità, sia in punto di logica che in punto di diritto, di recuperare sul lavoratore poste economiche mai entrate nella sua sfera patrimoniale.
La previsione, precisamente, è contenuta nell’art. 150 comma 1 del Decreto Rilancio (d.l. 19 maggio 2020, n. 34). Il Comma 2 del medesimo articolo 150 dispone, poi, che ai sostituti d’imposta ai quali siano restituite le somme al netto delle ritenute operate e versate, spetta un credito d’imposta pari al 30% delle somme ricevute, utilizzabile senza limite di importo in compensazione.
 Lo stesso decreto definisce, infine, la decorrenza di questa sua specifica norma. A tal fine è previsto che la nuova disciplina si applica alle somme restituite dal 1° gennaio 2020, con salvezza dei rapporti già definiti alla data del 19 marzo 2020, data di entrata in vigore del Decreto Rilancio.