Approfondimenti

Salva Stampa  Diminuisci  100%  Aumenta   

Questo documento è stato letto 931 volte

Stabilizzazione del personale impossibile se già di ruolo nella Pubblica Amministrazione

V. Giannotti, G. Popolla (13/2/2020)

La stabilizzazione del personale della Pubblica Amministrazione ha l’obiettivo di superare il precariato, ossia convertire a tempo indeterminato contratti di lavoro a tempo determinato, attraverso una procedura a domanda, per i candidati che avessero a suo tempo sostenuto prove selettive per essere assunti a tempo determinato, ovvero indire concorsi pubblici con il 50% dei posti riservati al personale a tempo determinato non in possesso dei requisiti di stabilizzazione a domanda. Le disposizioni sono quelle previste dall’art.20 del d.lgs. 75/2017. È possibile stabilizzare il personale a tempo determinato, avente i requisiti, per una posizione più elevata in caso di personale assunto da una pubblica amministrazione nel frattempo a tempo indeterminato? Alla risposta positiva del Tribunale amministrativo di primo grado ha risposto in modo negativo il Consiglio di Stato (sentenza n. 872/2020) riformandone la sentenza.

Le disposizioni legislative

Il Decreto Madia (d.lgs. 75/2017) ha previsto due possibilità di ingresso a tempo indeterminato per il personale precario disciplinati dall’art.20:

  • Al comma 1 si prevede che “Le amministrazioni, al fine di superare il precariato, ridurre il ricorso ai contratti a termine e valorizzare la professionalità acquisita dal personale con rapporto di lavoro a tempo determinato, possono, nel triennio 2018-2020, in coerenza con il piano triennale dei fabbisogni di cui all'articolo 6, comma 2, e con l'indicazione della relativa copertura finanziaria, assumere a tempo indeterminato personale non dirigenziale che possegga tutti i seguenti requisiti: a) risulti in servizio successivamente alla data di entrata in vigore della legge n. 124 del 2015 con contratti a tempo determinato presso l'amministrazione che procede all'assunzione; b) sia stato reclutato a tempo determinato, in relazione alle medesime attività svolte, con procedure concorsuali anche espletate presso amministrazioni pubbliche diverse da quella che procede all'assunzione; c) abbia maturato, al 31 dicembre 2017, alle dipendenze dell'amministrazione che procede all'assunzione almeno tre anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi otto anni”;
  • Al comma 2 è, invece, previsto che “Nello stesso triennio 2018-2020, le amministrazioni, possono bandire, in coerenza con il piano triennale dei fabbisogni di cui all'articolo 6, comma 2, e ferma restando la garanzia dell'adeguato accesso dall'esterno, previa indicazione della relativa copertura finanziaria, procedure concorsuali riservate, in misura non superiore al cinquanta per cento dei posti disponibili, al personale non dirigenziale che possegga tutti i seguenti requisiti: a) risulti titolare, successivamente alla data di entrata in vigore della legge n. 124 del 2015, di un contratto di lavoro flessibile presso l'amministrazione che bandisce il concorso; b) abbia maturato, alla data del 31 dicembre 2017, almeno tre anni di contratto, anche non continuativi, negli ultimi otto anni, presso l'amministrazione che bandisce il concorso”.

Oltre ai requisiti previsti dalle su indicate prescrizioni normative, il bando di concorso ha previsto, altresì, che “i candidati non debbano essere titolari di un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato presso una Pubblica Amministrazione sia alla data di scadenza della presentazione delle domande che alla data dell’eventuale assunzione. A tal fine, il candidato deve comunicare tempestivamente qualsiasi variazione intervenuta in tal senso”.
Nel caso di specie, una candidata, avente maturato tutti gli altri requisiti è incorsa nell’esclusione prevista nel bando di concorso, per essere nel frattempo stata assunta in un Ente locale in una categoria inferiore rispetto a quella del posto messo a concorso.
Avverso la disposizione del bando di concorso è ricorsa la candidata davanti al Tribunale amministrativo, il quale ha disposto l’annullamento dell’esclusione della candidata sulla base delle seguenti motivazioni:

  • La clausola del bando “penalizza in maniera ingiustificata chi, pur avendo i requisiti per accedere alla stabilizzazione, al momento della scadenza del termine di presentazione della domanda di partecipazione alla procedura ha un rapporto presso una pubblica amministrazione con qualifica e trattamento economico e/o giuridico inferiore a quello che potrebbe conseguire con la stabilizzazione prevista dall’articolo 20 del d.lgs. n. 75/2017”;
  • Infatti, “il fine di superamento del precariato, costituente ulteriore finalità della procedura di stabilizzazione prevista dal citato art. 20, deve essere interpretato anche nel senso della salvaguardia delle aspettative dei lavoratori precari correlate alla specifica qualifica e allo specifico profilo già ricoperti”.

La decisione del Consiglio di Stato

L’ente ha proposto appello alla decisione del Tribunale amministrativo di prime cure, precisando che il motivo dell’inserimento della clausola del bando è stato quello previsto proprio dalla normativa, ossia quello di superamento del precariato sicché, rispetto a tale obiettivo prioritario, le ulteriori finalità pure espressamente richiamate dalla medesima disposizione di legge, e precisamente “la valorizzazione della professionalità acquisita dal personale con rapporto di lavoro a tempo determinato”, assumerebbero “valore di passi successivi e presupponenti il primo”.
Il Consiglio di Stato ha condiviso accogliendo le motivazioni del ricorso dell’ente con riforma della sentenza di primo grado.
Ha ricordato il Collegio amministrativo di appello come qualunque deroga alla regola dell'assunzione nei ruoli dell’amministrazione mediante pubblico concorso (art. 97 Cost.) è ammessa nei soli casi tipizzati dalla legge; e che le disposizioni disciplinanti le procedure di stabilizzazione, in quanto recanti elementi in deroga al modello generale di matrice costituzionale, devono essere fatte oggetto di interpretazione restrittiva, e ciò anche al fine di garantirne la compatibilità, oltre che con l’art. 97 della Costituzione, anche con il principio di uguaglianza di cui all'art. 3 della medesima carta. In questa cornice legislativa il presupposto della procedura riservata è proprio quello dell’assenza di un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. In altri termini, l'esistenza di un rapporto di lavoro stabile integra un antefatto incompatibile con l'idea stessa di stabilizzazione del dipendente “precario”. Pertanto, la stabilizzazione non può essere intesa come una forma di riconoscimento degli anni di lavoro a tempo determinato già espletati e, dunque, come uno strumento di mera valorizzazione dell’esperienza acquisita quale titolo per l’inquadramento. Al contrario, essa si delinea come un meccanismo di passaggio da una condizione di lavoro temporaneo (pregressa o ancora in essere) ad una condizione di lavoro a tempo indeterminato, sicché, cessata la prima posizione (come nel caso di specie, in cui il lavoratore abbia conseguito un contratto a tempo indeterminato e abbia abbandonato il precedente contratto a tempo determinato), non vi è più margine per poter accedere alla procedura riservata.
Se così non fosse, continua il Collegio amministrativo di appello, la procedura potrebbe anche concludersi esclusivamente con operazioni di mero reinquadramento migliorativo di soggetti già dipendenti a tempo indeterminato di una PA, relegando a mera eventualità l’obiettivo del superamento del precariato, risultando in tale modo frustrata la finalità fondamentale e prioritaria che giustifica la specialità e la peculiare denominazione del meccanismo di assunzione riservato.

 

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE

Consiglio di Stato sez. III 3/2/2020 n. 872
Stabilizzazione del personale