Il Caso
Nel 2003 un vigile urbano di Roma si era tolto la vita negli uffici della motorizzazione, utilizzando l’arma incustodita di un collega. L’uomo soffriva di depressione e aveva già manifestato l’intenzione di suicidarsi tanto che per questo gli era stata ritirata l’arma di servizio.
La moglie e la figlia dell’uomo avevano chiamato in causa il Comune e il collega: dopo il ritiro dell’arma non erano state prese precauzioni ulteriori, come armadietti blindati, e la pistola con cui il vigile si era sparato era di fatto incustodita.
La decisione della Corte
Si configura la responsabilità dell’ente dal momento che la decisione di suicidarsi non era stata improvvisa e imprevedibile e come tale inevitabile.
I superiori avrebbero dovuto evitare che le armi venissero lasciate a vista e allertare esplicitamente il collega di stanza del pericolo. Bastava che fossero adottate modalità di custodia diverse, oppure si poteva sospendere il vigile dal servizio, come misura di estrema cautela.
La pistola, frutto della dimenticanza del collega, non è stata la causa del suicidio ma una semplice occasione.
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