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“Un tetto agli stipendi di Camera e Senato”. Dipendenti in rivolta

Tagli per tutti, dagli assistenti parlamentari al segretario generale. E scatta la rivolta, alla Camera e al Senato, contro i tetti agli stipendi di funzionari e alti burocrati. La guida il cartello delle dieci sigle di Montecitorio e delle tredici di Palazzo Madama. Ma il piano delle presidenze Grasso e Boldrini viene imposto comunque. Le due vice presidenti con delega al personale, entrambe donne, entrambe del Pd, Valeria Fedeli e Marina Sereni, conducono il delicato confronto tenuto ieri pomeriggio finito per&ograve; con una fumata nera.<br /><br />Sono loro che consegnano il testo in dieci articoli, cinque pagine in tutto, contenente l’accordo conclusivo sulla “Ridefinizione delle retribuzioni dei dipendenti”. Spending review da 60 milioni per i 1600 della Camera e da 36 milioni per i 799 del Senato, da portare a compimento entro il 2018. Ma si parte gi&agrave; dal primo gennaio 2015. La Cgil di Palazzo Madama nemmeno si &egrave; presentata, come un paio di altre sigle di Montecitorio, gli altri erano presenti (rappresentati da una trentina di dipendenti). Giudicano il piano “irricevibile”, sebbene una risposta formale dovr&agrave; essere comunicata entro le 20 di questa sera. Nei corridoi e negli uffici dei due palazzi ieri sera era tutto un parlottare e un organizzarsi, in vista della “battaglia “, che passer&agrave; soprattutto attraverso una valanga di ricorsi al giudice del lavoro. <br /><br />Ma ecco il piano. Per la qualifica pi&ugrave; alta, quella dei consiglieri, viene adottato un tetto allo stipendio gi&agrave; introdotto per la pubblica amministrazione, di 240 mila euro al netto degli oneri contributivi. A seguire, gli stenografi con 170 mila euro, i documentaristi con 160 mila, i segretari e i coadiutori con 115 mila, i collaboratori tecnici con 106 mila e infine gli assistenti parlamentari, cio&egrave; i commessi, che avranno un tetto pari a 99 mila euro. Ci saranno tre scaglioni per i tagli, a seconda di chi supera il tetto del 25 per cento, di chi lo supera tra il 25 e il 40 e di chi va oltre il 40. <br /><br />Al termine di uno screening, i vertici di Camera e Senato hanno constatato che il 40 per cento dei dipendenti – destinati a fondersi in un ruolo unico del Parlamento entro dicembre&nbsp; – sfonda i tetti individuati per ciascun livello. La prima “vittima”, si fa per dire, sar&agrave; il segretario generale, carica apicale, che alla Camera passer&agrave; da una retribuzione che oggi si aggira attorno ai 406 mila euro l’anno ai 240 mila, appunto; al gradino pi&ugrave; basso, un assistente col massimo di anzianit&agrave; vicino ai 136 mila euro, si fermer&agrave; a 99 mila. <br /><br />La controproposta dei sindacati rilanciava con il piano introdotto dal Quirinale per i suoi dipendenti, laddove a essere intaccate sono essenzialmente le voci accessorie e non lo stipendio base e tanto meno il maturato negli anni di servizio, questa la tesi. Ma il piano, che comprende anche una serie di incentivi di produttivit&agrave;, &egrave; quello e non sar&agrave; modificato, &egrave; stata la risposta. Trascorsa una settimana dal responso gi&agrave; scontato di questa sera, i due uffici di presidenza torneranno a riunirsi per adottare comunque il piano, gi&agrave; passato in prima battuta a luglio con le sole astensioni dei grillini. “Ci muoviamo in analogia con la normativa che il Parlamento ha approvato in materia di pubblici dipendenti – spiegano in una nota scritta Sereni e Fedeli – L’impianto &egrave; ambizioso, con il contenimento dei costi si imposta anche una complessiva riorganizzazione delle due strutture”. Ma non sar&agrave; facile condurlo in porto.

Fonte: La Repubblica

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