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Trasferimento di personale e risorse ultima tappa di un mosaico complicato

Nella prossima tornata delle elezioni amministrative non ci saranno Province. Eppure otto amministrazioni (Ancona, Belluno, Caltanissetta, Como, Genova, La Spezia, Ragusa e Vicenza) sono in scadenza. Lì, però, arriverà un commissario, che continuerà a far funzionare l’apparato. Sono i primi effetti del nuovo identikit assegnato alle Province, che non scompaiono, ma devono rassegnarsi a diventare secondo quanto prevede l’articolo 23 del decreto salva-Italia (Dl 201/2011) “appendici” dei Comuni. Detto con le parole del legislatore, a esercitare «esclusivamente le funzioni di indirizzo e coordinamento delle attività» dei municipi. Una fase di transizione appena iniziata e che dovrebbe concludersi al massimo entro la primavera del 2013. Il primo tassello è stato il disegno di legge sulle nuove modalità di elezione degli enti, testo presentato al Consiglio dei ministri del 24 febbraio e ora all’esame della conferenza unificata, che l’ha iscritto in agenda giovedì prossimo. Con quel provvedimento viene fissato il numero massimo dei futuri consiglieri provinciali, che il salva-Italia aveva previsto in dieci, ma che per esigenze di rappresentatività politica sono diventati 16 nelle Province con più di 700mila abitanti, 12 dove la popolazione è compresa tra 300mila e 700mila abitanti, 10 se gli abitanti sono meno di 300mila. Il disegno di legge indica, inoltre, le nuove modalità di elezione dei parlamentini provinciali, non più basate sulla scelta diretta del presidente e del consiglio provinciale, ma sostituite con un sistema proporzionale fra liste concorrenti. Non solo: nelle liste potranno trovare posto solo sindaci o consiglieri dei Comuni della provincia, i quali, una volta eletti, faranno il doppio lavoro: amministratori municipali e provinciali. Con le nuove regole di voto la transizione è, però, solo agli inizi. La fase più complicata è, infatti, quella che prevede il disegno esatto delle nuove competenze provinciali, così da trasferire ai Comuni (o alle Regioni, nel caso sia necessario assicurare una gestione unitaria di una parte di esse) tutte le altre. Operazione da compiere entro il prossimo dicembre. Si aprirà poi la partita forse più difficile di questo nuovo assetto: quella del trasferimento ai Comuni del personale e delle risorse necessarie per mettere i municipi in grado di tradurre in pratica le funzioni ricevute dalle Province. Uno “spezzatino” che si prospetta assai complicato e foriero di contenziosi. «Per trasferire personale, risorse e debiti (perché le province hanno fatto investimenti e hanno anche situazioni debitorie), ci vorranno anni e non sarà una passeggiata», afferma Piero Antonelli, direttore generale dell’Upi (Unione province italiane). Il caso delle partecipazioni che le Province hanno in vari organismi (si veda l’articolo sopra) è emblematico: «Non potranno che finire in mano alle Regioni aggiunge Antonelli le quali non sono in grado di gestirle direttamente e, dunque, le affideranno a società esterne. Ma è un discorso che non è stato ancora minimamente affrontato. Prima di venirne a capo passerà molto tempo». Il trasferimento di risorse e personale non è, però soggetto a limiti temporali. A differenza di quanto previsto per le regole elettorali e per il monitoraggio delle nuove funzioni da portare a termine entro dicembre per completare il passaggio di consegne non ci sono scadenze esplicite. Anche se la tempistica del rinnovo delle Province induce a pensare che non ci si possa trascinare all’infinito. Le amministrazioni che scadono nel 2012 a cominciare dalle otto che sarebbero dovute andare al voto la prossima primavera potranno andare avanti con la gestione commissariale fino al 31 marzo 2013, dopodiché si dovrà procedere alle elezioni. A quel punto, però, una volta che le Province si saranno formate secondo le nuove regole, dovranno anche diventare operative. E per farlo dovrà esser detto loro quali sono i compiti e quali le risorse e il personale su cui poter contare. Insomma, tutte le tessere del puzzle non potranno non andare a posto che entro la primavera del prossimo anno.

Lo scenario futuro
01|IL NUOVO IDENTIKIT Dopo che la sorte delle province sembrava segnata, perché durante l’estate l’indirizzo del mondo politico e la pressione dell’opinione pubblica spingeva per una loro soppressione, il decreto legge salva-Italia (Dl 201/2011, convertito dalla legge 214/2011) ha adottato una soluzione intermedia: le amministrazioni provinciali continuano a vivere ma con funzioni ampiamente ridimensionate. L’articolo 23 (commi da 14 a 20-bis) prevede, infatti, che le future province abbiano unicamente un compito di indirizzo e coordinamento delle attività dei comuni. Non solo: gli stessi consigli provinciali vengono sottoposti a una forte cura dimagrante (il salva-Italia ne prevede massimo dieci) e la loro composizione è ristretta ai sindaci e ai consiglieri comunali dei municipi che fanno parte della provincia, i quali devono essere eletti con nuove regole
02|LE REGOLE ELETTORALI Si tratta del primo passaggio della transizione verso le nuove province. Il Governo ha già messo a punto un disegno di legge con le nuove regole elettorali, testo che attualmente è all’attenzione della conferenza unificata e che poi dovrà intraprendere tutto l’iter parlamentare, da portare a termine entro fine anno. Nel frattempo, le province che sono in scadenza e che sarebbero dovute andare al voto in primavera (sono otto), saranno guidate da un commissario
03|GLI ALTRI PASSAGGI Dopo le regole elettorali, sarà la volta del trasferimento ai comuni (o alle regioni, laddove fosse necessario assicurare una gestione unitaria) delle funzioni attualmente svolte dalle province (da effettuare entro fine dicembre), a cui seguirà il passaggio delle risorse e del personale in grado di mettere i comuni nelle condizioni di assicurare lo svolgimento dei nuovi compiti

Fonte: Il Sole 24Ore

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