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Tornano le giunte nei mini-enti

Nei piccolissimi comuni tornano le giunte, eliminate nel 2011 dall’ultima manovra del governo Berlusconi (dl 138/2011) con l’obiettivo di tagliare i costi della politica. Negli enti fino a 1.000 abitanti il sindaco potrà essere affiancato da due assessori, mentre oggi per avere la giunta i mini-enti devono avere più di 1.000 abitanti. Anche il cammino verso l’associazionismo obbligatorio si fa più soft. Entro il 30 giugno 2014 i municipi fino a 5.000 abitanti (3.000 se montani) dovranno mettere insieme tre funzioni fondamentali, per poi arrivare a gestirle tutte in forma associata entro fine anno. Le convenzioni, infine, torneranno ad avere pari dignità rispetto alle unioni. Scompare infatti l’obbligo per i comuni che abbiano scelto la strada della convenzione di costituire un’unione dopo cinque anni. Addio anche alle unioni speciali, vissute dai sindaci dei piccoli comuni come il primo passo verso la fusione forzata. Sono queste le novità principali degli emendamenti al ddl Delrio (il cosiddetto «svuota-province») approvato giovedì sera dalla commissione affari costituzionali della camera. Le proposte di modifica, presentate dai deputati Pd Enrico Borghi e Mauro Guerra (rispettivamente presidente dell’Uncem e coordinatore Anci per i piccoli comuni) ricalcano in toto il pacchetto di modifiche discusso in Conferenza unificata il 26 settembre scorso e anticipato su questo giornale (si veda ItaliaOggi del 25/9/2013). Con in più la novità del ripristino delle giunte nei piccolissimi comuni che non saranno più retti da «sindaci-podestà». «L’obiettivo era riportare un minimo di democrazia in questi centri dove la politica è puro volontariato e dove dal 2011 i famigerati tagli alle poltrone hanno generato solo instabilità», spiega Guerra. Non solo per la riduzione delle giunte, ma anche per il taglio dei consiglieri che ormai «nei piccolissimi comuni sono talmente ridotti all’osso che basta un semplice cambio di casacca per mandare in crisi la maggioranza. «Ecco perché», prosegue, «chiediamo che nei comuni fino a 3.000 abitanti il numero di consiglieri venga riportato a dieci, dato che gli attuali sei sono troppo pochi per garantire stabilità politica». La riforma dei piccoli comuni contenuta nel ddl Delrio contiene ulteriori incentivi all’associazionismo. Gli enti che prima di mettersi insieme godevano di particolari regimi agevolativi (o potevano accedere a speciali finanziamenti) in ragione della loro classe demografica, li manterranno anche dopo aver costituito l’unione. Per esempio, potranno accedere ai fondi del bando «6000 campanili» anche gli enti in origine al di sotto di 5.000 abitanti che superano la fatidica soglia dopo aver costituito un’unione. E ancora, le unioni potranno avere un responsabile anticorruzione unico e un unico collegio di revisori dei conti. Insomma, un grande rafforzamento della dimensione sovraccomunale, «legato a doppio filo con la prospettiva dell’eliminazione delle province», osserva Guerra, «perché venendo meno gli enti intermedi saranno le unioni a svolgere le funzioni di enti di area vasta». Ma proprio lo stretto legame con una riforma da sempre spinosa come quella delle province potrebbe alla fine risultare un boomerang. Dopo il sì della prima commissione di Montecitorio, il cammino del disegno di legge del ministro per gli affari regionali sembra in discesa, ma il pericolo di imboscate parlamentari è sempre dietro l’angolo soprattutto dopo il passaggio di Forza Italia all’opposizione. Graziano Delrio è ottimista. «Sono certo che il parlamento intenderà rispettare l’impegno assunto e arrivare alla prima approvazione entro la fine dell’anno», si augura il ministro. Il pericolo che nelle province commissariate potessero ritornare i vecchi organi è stato scongiurato dalla legge di stabilità (le gestioni commissariali sono state prorogate al 30 giugno). Ma dal 1° gennaio c’è da far partire le città metropolitane. E questa sembra al momento un’impresa più ardua.

Fonte: Italia Oggi

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