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Taglio di 111 milioni ma più incarichi

Il conto economico segna qualche risparmio, non del tutto certo, a breve termine, e promette ristrutturazioni più profonde nel tempo senza però poterne quantificare i frutti. Il conto della politica, invece, registra il tramonto di 2.159 poltrone provinciali quest’anno, e di altre 751 nel 2015 e 2016, ma (ri)apre la porta a tanta politica locale nei piccoli Comuni: 15mila posti in più da consigliere e assessore con le amministrative di maggio, se l’ultima tappa a Montecitorio andrà avanti senza intoppi a ritmi accelerati, e quasi 24mila a regime, rispetto ai tetti della legge attuale. Va da sé che un confronto fra un assessore provinciale e un consigliere di un piccolo Comune è improponibile, perché il costo di questi ultimi è ultra-leggero per natura e perché la riforma impone agli enti locali di non aumentare le indennità. Semmai, nel caso dei piccoli Comuni è possibile parlare di mancati risparmi, perché il cambio di regole proposto dalla riforma delle Province eviterà ai 3.478 piccoli Comuni attesi alle urne il 25 maggio nelle Regioni ordinarie di applicare i tagli a giunte e consigli previsti nel 2011, quando la manovra-bis di Ferragosto nata sull’onda della crisi dello spread decise con alterne fortune di sforbiciare tutta la politica locale, dal più piccolo Comune alle Regioni. In questi Comuni, insomma, sono in gioco numeri piccoli, ma sul piano dei conti pubblici i numeri piccoli sono al momento la caratteristica della riforma: che, nelle intenzioni del Governo, è solo la prima tappa di un riordino più profondo, che passa dalla riforma costituzionale. Il conto complessivo dei risparmi a breve segna 111 milioni in meno per indennità e gettoni e 318,7 milioni per le mancate elezioni provinciali: con l’ultima versione del maxi-emendamento votato ieri, il conto può salire ancora perché impone la gratuità alle giunte e ai consigli provinciali che sopravvivono e ai commissari e sub commissari chiamati a gestire gli enti dove gli “eletti” hanno già ceduto il passo. Si arriva, insomma, vicini a 500 milioni di euro, ma il risultato è tutt’altro che scontato: la scomparsa delle indennità, come sottolinea il servizio Bilancio del Senato, non si traduce in tagli alle Province, che quindi possono decidere di usare in altro modo i 111 milioni «rinunciando al potenziale risparmio». Lo stesso accade per i 200 milioni per le mancate spese delle elezioni provinciali (gli altri 118 sono a carico dello Stato: ma la contemporaneità con le Europee dovrebbe alleggerire il conto), e secondo i tecnici di Palazzo Madama qualche ombra circonda anche la voce «zero» ai costi della politica (i consiglieri provinciali hanno raccolto 16 milioni di euro in rimborsi spese nel 2012) e la redistribuzione dei compiti tra livelli di governo potrebbe costare qualcosa in assenza di «specifica clausola di invarianza finanziaria». A sparire sicuramente sono invece le poltrone da consigliere o assessore provinciale sopravvissute finora ai tentativi di riforma avviati nel 2012, che hanno dato il via alla catena dei commissariamenti. Come accennato, 2.159 tramonteranno entro la fine di settembre, altre 156 usciranno dal gioco l’anno prossimo e le ultime 595 (da Mantova a Pavia, da Vercelli a Reggio Calabria passando per Treviso, Ravenna, Lucca, Macerata e Campobasso) sono per ora destinate a sopravvivere fino al 2016 come una sorta di “fossile istituzionale”, a meno di improbabili accelerazioni da inserire nella riforma costituzionale. Attenzione, però: non questi numeri sono da attribuire alla riforma votata ieri, perché circa un politico provinciale su cinque sarebbe comunque caduto sull’altare dei tagli a giunte e consigli introdotti nel 2011. Proprio questi tagli, invece, si riducono fin quasi a scomparire per i piccoli Comuni, in cui entrano in campo, o più spesso evitano di uscirne, 23.606 consiglieri e assessori, 14.928 dei quali già a partire dalle amministrative di maggio. La riforma (comma 135 nel maxiemendamento; ma si veda anche il Sole 24 Ore del 24 marzo) reintroduce le giunte nei Comuni fino a mille abitanti, riamplia quelle previste nella fascia 3.001-5.000 abitanti e allarga tutti i consigli comunali fino a 10mila abitanti. La riforma chiarisce che la nuova architettura di giunte e consigli non deve produrre nuovi costi per le indennità, perché le amministrazioni dovranno «assicurare l’invarianza della spesa in rapporto alla legislazione vigente». Una legislazione, però, che nell’ampia maggioranza dei Comuni non si è mai tradotta in pratica, perché i tagli 2011 si sarebbero applicati solo ai rinnovi: il maxi-turno amministrativo (3.478 piccoli Comuni nelle Regioni a Statuto ordinario; 4.099 Comuni su 8.094 in totale) è in programma a maggio, e salvo casi eccezionali di enti rinnovati da poco e già caduti la loro composizione attuale risale a prima della manovra di tre anni fa.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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