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Taglio ai maxistipendi nel mirino della Consulta

Vi ricordate la norma del governo Berlusconi che tagliava gli stipendi pubblici oltre i 90 mila euro l’anno? Bene: quella norma potrebbe essere incostituzionale. O almeno questo ipotizzano le associazioni di categoria dei dirigenti pubblici e dei magistrati che si sono rivolte a ben 15 Tar, i quali, a loro volta, hanno sollevato la questione davanti alla Consulta. La controversia preoccupa per due ragioni, una contabile e una politica. La ragione contabile è che se la Corte desse torto allo Stato, si tratterebbe di restituire il maltolto, e questo comporterebbe un aggravio per i bilanci e – Dio non voglia – l’emergere di un qualche ulteriore balzello per far quadrare i conti. Quanto alla ragione politica, una simile sentenza potrebbe mandare un segnale forte anche al governo in carica, il quale – con la spending review – si appresta a toccare ancora una volta gli alti papaveri della pubblica amministrazione, minacciando di tagliare molte poltrone. Motivo del contendere è la legge 122 del 2010 che impone un taglio per tre anni degli stipendi dei dipendenti pubblici in ragione del 5% se superiori a 90 mila euro e del 10% se superiori ai 150 mila. Ma stabilisce anche che vengano bloccati gli avanzamenti retributivi non determinati dal merito ma dalla sola anzianità. Insomma: meno soldi e meno carriera. Ma per i magistrati c’è anche una «penalizzazione» ulteriore, per cui, se i loro stipendi sono alti (e lo sono soprattutto nei più elevati gradi di carriera) subiranno le decurtazioni previste (oltre i 90 e oltre i 150 mila euro) ma dovrebbero, invece, essere sollevati dal blocco delle carriere, in quanto il loro percorso di crescita, al 2007, avviene solo per «valutazione» (e quindi per merito). Ma qui, la contestata legge introduce un’altra norma che taglia solo ai magistrati una indennità in maniera progressiva (circa 2000 euro per il 2011, 3000 per l’anno successivo e oltre 4 mila per il 2013) e uguale per tutti, sia per i giovani che prendono relativamente poco, che per i più anziani che hanno ricchi stipendi. In queste norme, secondo i ricorrenti, c’è di tutto: una discriminazione dei lavoratori pubblici rispetto a quelli privati (perché dobbiamo contribuire noi e gli altri no?), una logica «punitiva» nei confronti del magistrati rispetto ad altre categorie e, in definitiva, un sistema che determina una disparità di trattamento tra dipendenti statali appartenenti ad amministrazioni diverse, e – soprattutto – tra comparto pubblico e privato. Di questo si dovrà occupare la Corte che, sentita la relazione del giudice Giuseppe Tesauro, ha iniziato ieri le udienze. La Corte, con ogni probabilità, si pronuncerà entro agosto al massimo. E il problema è come uscire da questo dilemma. Sembra, infatti, improbabile che la Consulta possa sancire la discriminazione degli statali rispetto ai privati, perché una simile sentenza obbligherebbe ad estendere la platea di coloro a cui tagliare lo stipendio (tutti quelli che prendono più di 90 mila euro) . Oppure potrebbe chiedere allo Stato di restituire il maltolto, ma anche questo sembra difficilmente praticabile, perché non solo si determinerebbe un aggravio per i conti pubblici in un momento di difficoltà, ma si configurerebbe come un intervento su una legittima scelta politica di un governo. Quindi – è l’opinione più diffusa tra le parti anche se nessuno vuole dichiararlo esplicitamente – la cosa più probabile è che la Corte respinga il ricorso. E se la cavi così.

90

mila euro

IL PRIMO SCAGLIONE Sopra questa soglia le buste paga sono state tagliate del 5%

150

mila euro

IL SECONDO SCAGLIONE Sopra questa soglia le buste paga sono state tagliate del 10%

Fonte: La Stampa

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