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Tagli, per la «fase tre» partita da 12-15 miliardi

Un partita obbligata da 12-15 miliardi per il prossimo triennio. A giocarla per i prossimi tre anni sul terreno della spending review sarà il nuovo Governo che si insedierà a palazzo Chigi dopo il voto del 24 e 25 febbraio. Anche perché dalla terza fase di tagli alla spesa dipendono, almeno in parte, il mantenimento della rotta per rendere strutturale negli anni il pareggio di bilancio già previsto per il 2013 e l’eventuale manovra correttiva da 7-8 miliardi nella prossima primavera, fin qui però sempre esclusa dall’attuale esecutivo. Ma alla nuova spending potrebbero essere agganciati anche lo stop all’aumento da luglio dell’ultima aliquota Iva e l’avvio di un processo di riduzione dell’Irpef a partire dalle fasce a più basso reddito. Due indicazioni, queste ultime, che trovano posto singolarmente o in accoppiata in diversi programmi elettorali elaborati dalle forze politiche. Ma, al di là della difficoltà di dare seguito al processo di revisione alla spesa, il nuovo esecutivo corre il pericolo di dover fare i conti anche con una falla che rischia di aprirsi nel quadro dei risparmi attesi dai primi due cicli di “spending”. Ad aprire la crepa potrebbero essere il congelamento dei tagli alle Province e ad altre strutture territoriali (ad esempio le prefetture) e la a dir poco lenta fase di attuazione del dimagrimento degli organici nel pubblico impiego. Una fetta dei 12 miliardi attesi dalle misure strutturali già varate (cui vanno aggiunti i 3,7 della legge di stabilità da poco approvata dal Parlamento con una configurazione di tagli prevalentemente “lineari”) potrebbe dunque essere non così sicura. Se per la riforma delle Province è stata prevista una lista di attesa di un anno, per l’intervento sul pubblico impiego, che doveva essere uno dei fiori all’occhiello della spending review, si avvertono continui scricchiolii Un’operazione, quest’ultima, imperniata su un piano ad hoc per la gestione di 7.416 eccedenze in tutta la pubblica amministrazione attraverso un meccanismo di ricollocazione del personale e soprattutto il ricorso a prepensionamenti e mobilità. Il Dpcm sui primi 4.028 esuberi nelle amministrazioni centrali, trasmesso il 13 novembre scorso dal ministro per la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, al ministero dell’Economia per il necessario concerto, oltre a non essere ancora operativo non risulta neppure formalmente varato. A via XX settembre sarebbero state formulate diverse osservazioni sul provvedimento che dovrebbe quindi ora essere ulteriormente affinato a Palazzo Vidoni. Dal Tesoro sarebbe invece arrivato un sostanziale ok a uno altro schema di Dpcm, inviato sempre a novembre dal ministero della Pa: quello di Inps e Enac. Prima di apparire sulla «Gazzetta ufficiale» il testo dovrà però ancora completare tutto l’iter procedurale. In stand by anche il Dpcm sui 24 enti parco nazionali. Resta poi incerta la situazione per altri tre ministeri: Giustizia, Affari esteri e Interno. In quest’ultimo caso l’individuazione degli esuberi è stata di fatto rinviata in parallelo con lo slittamento di un anno del taglio delle Province. Critica anche la situazione sul fronte degli enti locali (circa 600mila i dipendenti in servizio) dove, per quel che riguarda i tagli alle dotazioni organiche, si è aperto un vero e proprio vuoto procedurale: l’articolo 2 del Dl 95 prevedeva infatti il varo di un decreto interministeriale (Economia, Interno e ministero della Pa) sulla cosiddetta «virtuosità» di questi enti in base a precisi parametri. Non manca insomma qualche intoppo. In ogni caso la prosecuzione del processo di spending review avviato dall’attuale Governo è una via obbligata per chi, dopo le elezioni, si insedierà a palazzo Chigi e a meno di voler mettere a repentaglio l’equilibrio dei conti pubblici. Secondo i tecnici di diversi ministeri nei prossimi tre anni dovranno essere attivate misure per altri 12-15 miliardi. Nel menù dei possibili interventi, c’è una nuova stretta sui consumi intermedi (cresciuti del 160% tra il 1990 e il 2011) facendo anche leva su un’ulteriore estensione del metodo Consip (soprattutto sul versante sanitario) già rafforzato dai primi due cicli di “spending”. Un metodo che, sottolinea la Ragioneria generale dello Stato in uno dei suoi ultimi dossier, nel 2010 era utilizzato (insieme ad altri strumenti di programmazione) per non più del 5% dei consumi intermedi statali. Sempre la Ragioneria generale dello Stato tra le azioni possibili indica anche una riduzione delle spese di funzionamento delle strutture ministeriali periferiche. Possibile anche un nuovo disboscamento di enti e strutture pubbliche, in primis a livello locale anche alla luce degli stop imposti dal parlamento alla prima “potatura” proposta dall’esecutivo in carica. Risparmi consistenti potrebbero arrivare anche dalla riconfigurazione dei ministeri e dei loro meccanismi di spesa immaginata dall’attuale ministro dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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