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Tagli annunciati e poi mai fatti

Sui tagli alla spesa pubblica si sono accumulate nel tempo abbagli, illusioni, ipocrisie che rischiano di non portare a nulla. Di fatto, a parole tutti dicono che sarebbe facile tagliare una spesa che ha raggiunto gli 800 miliardi di euro. Nei fatti, ogni timido tentativo di riduzione strutturale della spesa incontra ostacoli corporativi e localistici che rischiano di bloccare tutto.   L’esempio di Monti – Lo abbiamo visto con il tentativo del Governo Monti, subito abortito, di ridurre i costi delle Province. Lo stiamo vedendo con l’abolizione e accorpamento di 31 piccoli tribunali varato dall’ex Guardasigilli Severino: le strenue  opposizioni dei partiti della maggioranza, della corporazione degli avvocati e delle comunità locali dal Piemonte alla Sicilia (soprattutto del Pdl, che pure in campagna elettorale aveva promesso di tagliare la spesa per abolire l’Imu prima casa) ha portato alla fine a un curioso compromesso: 8 di questi 31 tribunali resteranno in funzione per altri due anni per smaltire l’arretrato. Così i risparmi di spesa si ridurranno. Sprechi illusory – Un’altra grande illusione è quella sugli «sprechi». È chiaro che gli sprechi esistono nella Pubblica amministrazione, come ovunque. Ma non è affatto facile scovarli. Anche perché ad ogni euro di spesa pubblica corrisponde una norma che andrebbe abrogata e un euro di reddito di qualcuno, dunque tagliare la spesa, sprechi compresi, significa ridurre il reddito di qualcuno che cercherà di resistere fino alla morte. Da qui derivano apparenti irrazionalità.   Caso Consip – Saccomanni ha detto che il prossimo anno, centralizzando gli acquisti presso la Consip, si potrebbero risparmiare almeno 5 miliardi. Viene spontaneo chiedersi: ma se è così facile, perché non è stato fatto sinora? In verità ci hanno provato, ma i tentativi di ampliare il raggio d’azione della Consip si sono infranti sinora contro la coalizione degli enti locali, che non vogliono perdere l’autonomia degli acquisti, e le piccole imprese locali (spesso più inefficienti e costose) che temono che la centralizzazione degli acquisti favorisca le grandi imprese. Così l’azione della Consip è rimasta sinora limitata. Siamo dunque andati avanti soprattutto con rinvii di spese, come il blocco degli aumenti contrattuali dei dipendenti pubblici, che prima o poi finirà e rischierà di provocare un rimbalzo di spesa perché i sindacati chiederanno di recuperare almeno in parte il terreno perduto.   Che fare dunque? – L’ex presidente della Corte dei Conti Giampaolino ha detto più volte che il metodo dei tagli lineari non funziona e per ridurre davvero la spesa bisogna ridisegnare il «perimetro» degli enti e dei servizi pubblici. Bisogna cioè chiudere «pezzi» di Stato e ridurre i servizi che lo Stato dà gratuitamente ai cittadini. Facendo pagare soprattutto i politici e salvaguardando i dipendenti pubblici, che non vanno licenziati ma ai quali si deve chiedere una maggiore disponibilità a trasferirsi da un ufficio pubblico ad un altro (Comune, Regione, uffici statali…) in un ambito territoriale definito (per esempio in un raggio di 50 chilometri) mantenendo il proprio contratto. È questo il senso della riduzione dei deputati, dell’abolizione del Senato che dovrà diventare una Camera federale composta da consiglieri regionali e sindaci, nonché dell’abolizione delle Province, e dei loro 4200 presidenti, assessori e consiglieri. Poi bisognerebbe aggiungere l’abolizione delle Prefetture (come negli Usa può bastare un ufficio federale a livello regionale), la riduzione delle Regioni dalle attuali 21 a 10 (più il distretto federale di Roma Capitale) e dell’accorpamento dei Comuni sotto i 20 mila abitanti o più, la riduzione e accorpamento degli uffici territoriali dei ministeri.   Il capitolo servizi – Per quel che riguarda i servizi, lo Stato dovrebbe fare con i cittadini questo patto: chi ha un reddito superiore a 30-40 mila euro pagherà per intero scuola, università e medicine (almeno fino a un certo limite di spesa) ma otterrà in cambio una sensibile riduzione di tasse.   Conclusione politica – È chiaro che solo una maggioranza politica forte, che ottenga dai cittadini il voto su un programma di questo tipo, potrà fare queste cose resistendo alle enormi pressioni contrarie delle corporazioni e dei localismi. Dubito che il Governo Letta ci possa riuscire, specie se il refolo di ripresa economica che si profila attenuerà la percezione dell’emergenza economica. Quindi ben venga Cottarelli dal Fondo Monetario per approfondire ulteriormente ciò che tutti più meno già sappiamo e che il buon Giarda ha studiato per una vita. Gli auguriamo buon lavoro. Ma non ci facciamo illusioni.

Fonte: Italia Oggi

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