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Superstipendi Pa, 18 manager oltre il tetto

Dopo due mesi si torna a parlare di “stipendi d’oro” nella Pa. L’ultima volta era accaduto al Senato durante la conversione del decreto spending, quando era stato approvato un emendamento leghista che estendeva il tetto di 294mila euro – previsto per le retribuzioni di tutti i manager pubblici dal Dl «Salva Italia» – anche alle Spa partecipate dallo Stato ma non quotate. A tornare ieri sul tema è stato Filippo Patroni Griffi che ha rivelato come in 18 casi la soglia massima di stipendio sia stata superata.
Il ministro della Pubblica amministrazione non ha fatto nomi. Parlando davanti alle commissioni Affari costituzionali e Lavoro della Camera – che stanno esaminando tre proposte di legge per stendere l’ambito della misura – il ministro della Pubblica amministrazione si è limitato a fornire il numero complessivo di quanti si trovano oltre l’asticella fissata dal Governo a dicembre allo stesso livello stipendiale del primo presidente della Cassazione (294mila euro appunto) e devono dunque subire una decurtazione. Patroni Griffi ha fatto anche notare che si tratta comunque di un dato parziale poiché solo 37 Pa su 80 (incluse una quindicina di enti parco) hanno risposto al quesito. Precisando poi che alcuni scostamenti sono dovuti al cumulo di retribuzioni (per indicare le quali ci sarà tempo fino a novembre, ndr) mentre altri no. Eccedenze che possono variare, a seconda dei casi, da 10mila a 90/100mila euro.
Alla fine il numero di soggetti con una retribuzione oltre il tetto potrebbe comunque essere superiore a quello reso noto ieri. Nell’elenco depositato a Montecitorio dal ministro a febbraio – durante la discussione sul Dpcm di attuazione del «Salva Italia» – i dirigenti con stipendi superiori a 294mila euro erano 55. E in cima alla lista c’era il capo della Polizia, Antonio Manganelli (621mila euro). Alle sue spalle il ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio (562mila); il capo dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta (543mila) e il capo di gabinetto dell’Economia, Vincenzo Fortunato (536.906,98 euro). Più indietro, tra gli altri, c’era anche il direttore delle Entrate, Attilio Befera (304mila).
L’appuntamento di ieri è servito a Patroni Griffi anche per ribadire che al momento la normativa non prevede deroghe. Anche se Roberto Zaccaria (Pd) ha fatto presente: molti di noi sono favorevoli «a inserire nella legge alcune deroghe per casi particolari. Un Manganelli, un Canzio o un Befera è giusto che abbiano retribuzioni pari alla loro responsabilità». Una posizione che il ministro ha promesso di riportare al premier.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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