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Stipendi pubblici, tetto di 300 mila euro

Un tetto agli stipendi per i dirigenti della pubblica amministrazione, che non potranno guadagnare più del primo presidente della Corte di Cassazione, intorno ai 300 mila euro lordi l’anno.
E lo stop al cumulo delle indennità per i magistrati, gli avvocati e i procuratori dello Stato dati «in prestito» ai ministeri o alle authority.
Nel giorno in cui viene rimandato per l’ennesima volta il taglio allo stipendio dei parlamentari (rinvio tecnico ma pur sempre rinvio) nella manovra vengono inserite due norme, fortemente volute dai partiti, che riducono i costi se non della politica almeno della macchina statale.
Sono due emendamenti non ancora approvati ma che hanno imboccato una strada in discesa perché portano la firma dei relatori e il voto di fiducia sembra ormai sicuro.
Il tetto ai super stipendi, in realtà, avrà bisogno di un altro passaggio: i dettagli saranno fissati con un decreto del presidente del Consiglio da firmare entro 90 giorni dall’approvazione della manovra.
Ma fin da ora sappiamo che i 300 mila euro saranno il «limite massimo del trattamento economico annuo comprensivo», e quindi non potrà essere sforato nemmeno sommando uno stipendio e una o più consulenze.
Lo stop al cumulo delle indennità, invece, riguarda i magistrati ordinari, amministrativi, militari e contabili, oltre agli avvocati e ai procuratori dello Stato, che ottengono un incarico presso un’altra amministrazione pubblica.
Dice l’emendamento che «non possono ricevere a titolo di retribuzione o di indennità per l’incarico o anche soltanto per il rimborso spese più del 25% del trattamento».
Perché, invece, un altro rinvio per gli stipendi di deputati e senatori? Il testo della manovra diceva che a ridurre le indennità sarebbe stato un decreto del governo, ma questo avrebbe violato l’autonomia di Camera e Senato, rendendo la norma impugnabile.
È stato lo stesso governo a presentare un emendamento che assegna il compito al «Parlamento e al governo ciascuno nell’ambito delle proprie attribuzioni».
Il rinvio era forse inevitabile per evitare che la norma venisse cancellata in un secondo momento.
Ma con i sacrifici chiesti nel resto della manovra anche un rinvio tutto sommato inevitabile come questo può far salire il malumore.
E infatti non c’è solo Antonio Di Pietro ad attaccare il «Parlamento Pinocchio» ma anche Famiglia Cristiana che parla di «resistenza vergognosa».
I presidenti di Camera e Senato, però, assicurano che il Parlamento se ne occuperà il prima possibile: «Dai primi di gennaio – dice Gianfranco Fini – il Parlamento si metterà al lavoro per chiudere entro la fine del mese».
«Entro quella data – aggiunge Renato Schifani – concorderemo un sistema di adeguamento delle indennità».
In compenso oggi dovrebbe arrivare il taglio ai vitalizi, mentre proprio sulle pensioni il Quirinale ricorda che il sistema contributivo, già previsto per gli assunti dal 2008, sarà esteso a tutti i suoi dipendenti proprio in applicazione della manovra.
Solo che le frenate non si fermano agli stipendi degli onorevoli.
Un altro rinvio per le province: gli organi non saranno sciolti entro il marzo 2013 ma a scadenza naturale.
Mentre è salvo fino a scadenza il gettone dei consiglieri delle circoscrizioni e delle comunità montane.
Per consolarsi non resta che una gita in Sicilia.
La giunta comunale di Brolo ha tagliato del 20% le indennità di sindaco e assessori.
Una delibera e via.

Fonte: Corriere della sera

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