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Stipendi Pa, 3 miliardi di tagli

Nel 2011 i dipendenti pubblici a tempo indeterminato erano 3,28 milioni. In diminuzione per il quarto anno di seguito: l’anno precedente erano, infatti, 3,31 milioni (l’1% in più); dal 2007 il calo dettato dalle politiche di contenimento della spesa pubblica è stato del 4,3 per cento. Sempre nel 2011 i lavoratori della Pa sono costati 163,59 miliardi, l’1,9% in meno rispetto al 2010. Prosegue, quindi, la cura dimagrante del lavoro pubblico. A testimoniarlo sono i dati ufficiali della Ragioneria generale dello Stato, contenuti nel «Conto annuale 2011 del pubblico impiego». E mentre il Governo tenta, con difficoltà, un’ulteriore riduzione di oltre 7mila esuberi sparsi tra ministeri, enti parco, Inps ed Enac, con un decreto che rischia di incepparsi nelle schermaglie pre-elettorali (si veda Il Sole 24 Ore del 4 gennaio), i tecnici del Tesoro quantificano i risparmi già incassati. I numeri sono tutti da interpretare: il calo dell’1% della spesa complessiva per il pubblico impiego registrato dal 2010 al 2011 è in realtà quasi il doppio (1,6%) se si tiene presente il personale rientrato per la prima volta nel perimetro del Conto annuale 2011: in tutto 22mila unità, compreso il debutto della Regione Sicilia, che solo da quest’anno ha partecipato al censimento. Sempre a parità di enti, la diminuzione «reale» a partire dal 2007 sale al 5 per cento. I tagli sono proseguiti, secondo le prime proiezioni, anche nel 2012: l’occupazione è scesa in tutti i comparti, dalla scuola alle Forze armate, dalle Regioni (-2%) ai ministeri (-2,5%), con l’unica eccezione dei magistrati che tra dicembre 2011 e agosto 2012 crescono del 5 per cento. Dove si è intervenuti? A soffrire di più è la scuola, che con il suo milione di occupati stabili resta il comparto più numeroso. Nell’ultimo anno presidi, insegnanti e personale Ata sono passati da 1,04 milioni a 1,01 (-2,7%), ma dal 2007 il settore ha perso oltre il 10% (si veda la tabella a fianco). In frenata anche la sanità (-1%, che si annulla però guardando all’analogo punto di crescita registrato nel 2008). Per molti altri comparti i dati sono da prendere con cautela, perché spesso frutto di passaggi «interni»: è il caso, per esempio, dei dipendenti Enea (circa 2.600 persone) trasmigrati dalla variegata categoria degli enti ex articolo 70 del Dlgs 165 che comprende enti vari (Inail, per esempio) a quella degli enti di ricerca. Effettivi, al contrario, sono gli incrementi di organico dei Vigili del fuoco, saliti di circa mille unità in un anno grazie alle assunzioni in deroga al turnover (concesse nel 2009, ma esercitate solo nel 2011). «Le variazioni dell’occupazione – si legge nel dossier della Ragioneria – sono il principale fattore che determina la dinamica della spesa, ma non l’unico». In ordine d’importanza i tecnici classificano al secondo posto il blocco dei contratti per il 2010-2012. Secondo le prime stime sull’impatto, lo stop ha comportato una flessione dello 0,4% sulla spesa 2010 e dello 0,2% nel 2011. A pagare il prezzo più alto dei tagli è ancora una volta la scuola, che è passata dai 43,2 miliardi di costi del 2010 ai 41,2 del 2011. In tre anni dal comparto si è ottenuto un risparmio del 9,6 per cento. Effettivo e reale. Basta guardare al peso che il settore ha perso nel bilancio pubblico. Oggi la scuola assorbe il 25,2% delle spese per il personale, contro il 24,7% della sanità. Solo mezzo punto di distanza, nonostante la scuola abbia 300mila unità in più. «Questo riavvicinamento – conferma il Conto annuale – non va ricercato in una maggiore quota della spesa a favore della sanità, ma nella marcata riduzione della spesa per la scuola operata con le manovre che si sono succedute nel corso degli ultimi anni». In controtendenza, con un’impennata dei costi oltre ogni budget c’è la Presidenza del Consiglio, passata dai 244 milioni del 2007 ai 329 del 2011 (+34,9%). In generale, però, a causa della crisi economica, i tagli non sono riusciti a scalfire il peso del lavoro pubblico rispetto al Pil: nel 2007 il costo era al 10,15% del Prodotto interno lordo; quattro anni dopo è salito al 10,36 per cento.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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