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Stipendi dei manager ridotti Battaglia in Parlamento

Scoppia la bagarre tra governo e Parlamento sul tetto agli stipendi dei manager pubblici. Nel corso della discussione sugli emendamenti del decreto del Fare, le commissioni al Senato hanno bocciato la modifica del governo che dettava nuove regole sugli emolumenti degli amministratori. Ma il governo si è impuntato e nella notte le commissioni hanno approvato una soluzione di compromesso: l’«emendamento Franceschini» lascia il tetto dei 300 mila euro per le società pubbliche non quotate, fissato dal governo Monti, e introduce il taglio del 25% agli stipendi dei manager delle quotate e delle equiparate. La discussione a Palazzo Madama è slittata a questa mattina, e si profila una fiducia del governo su un maxiemendamento blindato.

Ma andiamo con ordine. Il decreto salva Italia del governo Monti, varato nel 2011, prevedeva un tetto di 294 mila euro, portato nel 2012 con l’inflazione a 302 mila, per tutti i manager pubblici. All’approvazione del decreto attuativo per la Pubblica amministrazione ha provveduto il ministero della Funzione pubblica nella primavera del 2012: tant’è vero che l’ex ministro Filippo Patroni Griffi a settembre dell’anno scorso, in una relazione alla Camera, ha fornito un primo monitoraggio della legge. Allora c’erano ancora 18 manager di Pa a percepire stipendi più alti del tetto. Un nuovo monitoraggio è stato commissionato dal ministro Giampiero D’Alia per settembre 2013. All’approvazione del decreto attuativo per le società pubbliche avrebbe dovuto provvedere invece il ministero dell’Economia, ma la faccenda si è complicata: tra ricorsi dei manager e incertezze legislative, è finita addirittura davanti al Consiglio di Stato, che ha imposto di adottare il tetto dei 300 mila euro. Ma, di fatto, quella parte non è mai stata veramente attuata.

E’ per questo che il governo Letta ha ripreso in mano la faccenda e ha proposto un emendamento al decreto del Fare per riportare regole chiare negli stipendi dei manager. Secondo la modifica approvata in un primo momento dalla commissione Bilancio al Senato, i manager di società controllate da imprese pubbliche quotate non dovevano sottostare al tetto dei 300 mila euro, ma non potevano cumulare gli emolumenti: adesso invece molti amministratori delegati hanno anche la mansione, per esempio, di direttore generale e così guadagnano cifre a molti zeri, decisamente superiori al tetto introdotto da Monti. Secondo il testo presentato dal governo dovevano essere esclusi dal tetto anche gli amministratori delle società pubbliche che emettono titoli quotati sui mercati regolamentati. Molti avevano visto queste due agevolazioni come un salvagente per le società delle galassie Eni, Enel, e Finmeccanica, ma anche Poste, Anas e Ferrovie. Di fatto queste società avevano dei vincoli virtuali, mai realmente applicati, e quindi il governo interveniva per fare chiarezza. Un altro punto della modifica voluta dal governo riguardava il nodo degli stipendi nelle società quotate. In questo caso, si prevedeva che il Tesoro, in quanto azionista delle società pubbliche quotate, presentasse all’assemblea dei soci una proposta per la riduzione del 25% degli emolumenti dei manager, bonus compresi, impegnandosi poi a votarla.

Ma ieri pomeriggio l’impianto è saltato: sulla spinta dei lobbisti che affollavano Palazzo Madama, cercando di scongiurare il taglio del 25%, l’emendamento del governo è stato bocciato. A quel punto il governo si è «fortemente irritato», e si è impuntato: niente fiducia al maxiemendamento, questa era la voce circolata in Parlamento, senza il tetto agli stipendi. Col rischio di rimanere tutto il mese di agosto impantanati a votare centinaia di cavilli. Così l’emendamento uscito dalla porta è rientrato dalla finestra, se pure in forma ridimensionata: il governo ha rinunciato alla prima parte, quella che esentava molti manager dal tetto dei 300 mila euro, ma ha preteso che venisse inserita la decurtazione di un quarto degli stipendi degli ad delle società quotate e delle società che emettono titoli (ma in questo caso senza il passaggio in assemblea). E su questo si è discusso fino all’ok finale intorno a mezzanotte.

«Non è stata comunque l’unica modifica discussa al dl del Fare», spiega il presidente della Commissione Bilancio al Senato Mauro Marino (Pd). Le commissioni hanno cancellato il Durt, il documento unico di regolarità tributaria, «un nuovo balzello per le imprese dell’edilizia già sfiancate dalla crisi», lo hanno definito i costruttori dell’Ance, plaudendo la scelta fatta in Senato. Sarà inoltre scontata l’Iva alle agenzie di viaggio extraeuropee. Mentre non è stato abolito l’Ape, l’attestato prestazione energetica, da presentare per ogni contratto di locazione (pena la nullità), previsto dal decreto sugli ecobonus. In ballo c’è anche il pacchetto di agevolazioni per l’Expo 2015: tra le misure approvate, il ribasso al 10% dell’Iva sui biglietti di ingresso.

Fonte: Corriere della Sera

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