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Stipendi dei manager, la Camera affossa il decreto che fissa il tetto a 294 mila euro

E’ scontro in Parlamento alla vigilia del voto sulla bozza del decreto che fissa il tetto agli stipendi dei manager pubblici. Alla Camera, infatti, la bozza firmata dai relatori, che chiede il taglio alle retribuzioni più alte di 294 mila euro, pare non attuabile da subito. Pdl e Pd corrono ai ripari, trovando un accordo ‘bipartisan’ per correggere il testo e dare sostegno alla linea del governo, sull’applicabilità immediata della tagliola. Ma non tutti i deputati la pensano allo stesso modo.

L’Udc Pier Luigi Mantini punta il dito contro “l’inciucio” Pdl-Pd e il pidiellino Michele Scandroglio evoca le pressioni della “lobby dei burocrati”. Il tema, si sa, è delicato. Anche solo raccogliere i dati sugli stipendi dei ‘super-manager’ della Pubblica amministrazione si è rivelata impresa ardua. Il ministro Filippo Patroni Griffi avrebbe voluto portare oggi alle Camere un aggiornamento dell’elenco presentato la scorsa settimana. Ma la disomogeneità delle informazioni ricevute da alcuni degli enti ancora mancanti all’appello, ha alla fine sconsigliato di renderle pubbliche.

Il ministro dunque andrà avanti nella raccolta. Mentre il suo predecessore, Renato Brunetta, punta il dito contro Palazzo Chigi: è “grave”, afferma, che non abbia messo on-line gli stipendi dei suoi dirigenti. Replica il Dipartimento della funzione pubblica: non è vero, “sono regolarmente pubblicati”. Che ci siano o meno i dati, domani le Camere daranno il loro parere al decreto della presidenza del Consiglio che attua la norma del dl ‘Salva Italia‘ sul tetto agli stipendi dei manager. Ma mentre le cose sembrano filare abbastanza lisce al Senato, alla Camera crea qualche tensione la bozza di parere preparata, sulla base del dibattito delle commissioni, dai relatori Donato Bruno (Pdl) e Silvano Moffa (Pt). Quel testo infatti, pur dando parere favorevole, non solo auspica da parte del governo un “intervento correttivo” delle norme sul tetto retributivo, per “evitare ingiustificate disparità di trattamento” (ora restano fuori, tra gli altri, enti locali, Ssn, Coni e Camere di commercio). Ma soprattutto, afferma che il taglio degli stipendi non si può applicare ai contratti in corso.

Il governo, ribadisce Patroni Griffi, vuole attuare il tetto da subito. Ma anche alla Camera si leva il fronte contrario a ogni dilazione. E così nel pomeriggio in Transatlantico si mettono al lavoro Renato Brunetta (Pdl) e Gianclaudio Bressa (Pd), giungendo a un accordo bipartisan su una nuova bozza di parere, che modificherà quella dei relatori. Perché quella, afferma Bressa, “non era accettabile”, esprimendo valutazioni negative con “l’ipocrisia” di dire poi sì al decreto.

La novità è che Pdl e Pd danno l’ok all’attuazione immediata del taglio retributivo. Ma aggiungono alcuni rilievi negativi sulla norma del Salva Italia che il decreto va ad applicare. In particolare, essa non permette, nonostante il dpcm dica il contrario, di applicare il tetto alle Authority. Ma Pdl e Pd propongono al governo di intervenire subito, con un emendamento al dl Semplificazioni, perché il tetto, “omnicomprensivo” (inclusi, dunque, i ‘cumuli di stipendio) si applichi a tutte le Pubbliche amministrazioni., comprese le Authority, e diventi una direttiva cui anche le Regioni devono uniformarsi. Ma non tutti i deputati sono d’accordo. La Lega, per dire, presenterà una proposta di legge per norme ancora più restrittive. E comunque il dibattito domani si annuncia animato. L’Udc Pierluigi Mantini, ad esempio, ritiene non applicabile il taglio ai contratti in corso e sbotta contro Pd e Pdl: “Sono loro che hanno fatto l’inciucio notturno sulla prima bozza che ha creato difficoltà: ora pongano rimedio”.

Fonte: Il Fatto quotidiano

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